CONSIDERAZIONI SULLA MANIFESTAZIONE DEL 28 GENNAIO

Quadro politico in disfacimento nell’evidente inconsistenza dell’opposizione istituzionale, crisi irrisolta e anzi occasione per ribadire le ricette che l’hanno causata, modello marchionne/sacconi prossimo a rovinare come una slavina su ogni aspetto della residua contrattazione collettiva. Lo sciopero generale Fiom del 28 – sostenuto dai sindacati di base – non potrebbe cadere più opportuno per dare una scossa o almeno un segnale a chi vuoleresistere, per provare a rimettere in circolo idee e energie, a verificare legami e abbozzare programmi comuni.

É, ovviamente, lo sciopero della Fiom e dei metalmeccanici che viene dopo la prova di dignità di Pomigliano e Mirafiori (dei no e anche di gran parte dei sì). Ma va oltre la Fiom. Quasi sicuramente chi scenderà in piazza – studenti/esse, precari/e e in generale lavoratori/trici di altri settori – non lo farà per (semplice) solidarietà ma perché si sente parte in causa nella schock-therapy appena iniziata e parte di una resistenza dai contorni ancora solo abbozzati. E anche tra chi venerdì starà a guardare con sim/patia o non sarà riuscito a scuotersi di dosso passività e smarrimento, la percezione dilagante è comunque di un disastro sociale che avanza e di cui appena osserviamo i primi momenti.

Dunque un momento di mobilitazione che acquisisce una valenza più generale. Non solo per il quadro “oggettivo”. Ma anche e soprattutto per la dinamica di lotta, per l’eccedenza sociale che si è espressa in questi mesi. Diverse le modalità, dal no nei referendum sotto ricatto all’esplosione di piazza del 14 dicembre; diversi i terreni, dalla formazione a quelli più classicamente sindacali; diversi i soggetti, dallo studente precario all’operaio di linea, dal ricercatore al migrante. Qualcosa di comune però sta emergendo, non semplicemente come condizione di sfondo, anche come percezione e embrionale immaginario, come ricerca a tentoni di vie da seguire, di legami se non ancora di “alleanze” da opporre a ciò che, seppur confusamente, appare a soggetti eterogenei ma sempre più numerosi una vera e propria espropriazione della propria vita e della possibilità di deciderne.

Guardiamo al deciso no, inaspettato e sperato da noi tutti, di Mirafiori. É certo il frutto della caduta secca di credibilità di quella scatola vuota che è il piano marchionne – buono solo per giochi finanziari – in cambio del quale agli operai era richiesto di barattare la condizione lavorativa e ancor più la dignità. Ma dove hanno trovato la forza di dire no – oltreché nella tenuta della Fiom – se non nella sensazione di non sentirsi (più) isolati perché contemporaneamente molti altri/e stavano dicendo no con altrettanta convinzione e senza mediazioni?

Questo significa una cosa precisa, tanto più importante per il dopo ventotto. Rapporti di forzafavorevoli si ricostruiscono innanzitutto sul terreno sociale inteso come intreccio costitutivo di luoghi e tempi di lavoro – l’ambito sindacale “classico” – e luoghi e tempi della vita sociale complessiva. É il capitale stesso, trasformatosi in flusso globalizzato apparentemente inafferrabile, a indicarci in negativo questo terreno: prodotti del lavoro che sono sempre più simili a processi complessi, e beni comuni da mercificare come fonte di profitto e potere. É questa la dimensione decisiva di qui in avanti per la capacità di resistenza di un soggetto molteplice che sappia amplificare i suoi no fino a farli divenire costituenti di un’alternativa, di modello di sviluppo e di relazioni sociali.

Non è un discorso astratto o solo teorico. Ha ricadute concrete immediate che Susanna Camusso per la Cgil mostra di aver inteso – in un senso esattamente opposto al “nostro” – quando alla recente assemblea di Chianciano ha “esortato” la Fiom a “non restare fuori dalle fabbriche… altrimenti si diventa dipendenti dalle alleanze costruite fuori di esse”. Lasciamo perdere la palese incapacità di vedere la costruzione di legami sociali se non in termini di “dipendenza”, il punto è cruciale. E sarebbe paradossale – dopo gli sforzi notevolissimi fatti dal sedici ottobre in poi per creare canali di collegamento con il fuori – se in Fiom ci si facesse forte del risultato di Mirafiori per tornare indietro a un discorso più tradizionalmente “sindacale” limitato alla riconquista del contratto nazionale – ovviamente importantissimo – al recupero della Cgil, al rapporto con altri soggetti in termini di mera solidarietà. Proprio quando il sociale, come precarizzazione e incipiente conflittualità, ha invece mostrato di essere trasversale alla “fabbrica”.

Non si può chiedere a nessuno di abbandonare il proprio passato e la propria specificità. Ma la Fiom è stata in qualche modo costretta dalla situazione ad andare un po’ oltre se stessa. Ha aperto, e si è aperta produttivamente a possibilità in parte inedite. Nel breve-medio termine sarà importante verificare quanto questa nuova attitudine terrà e saprà radicarsi nel corpodell’organizzazione, che pare ancora piuttosto ritroso, e in pratiche effettive sui territori e coi movimenti. Così come sarà impossibile, se questa dinamica va avanti, evitare più a lungo il nodo di una prospettiva politica complessiva senza la quale la risposta alla globalizzazione e alla crisi rischia di rieditare vecchie ricette nazionali e/o localistiche mentre andrebbe perlomeno aggredito il piano europeo (allargato alla “sponda sud” in pieno fermento sociale e politico) come terreno di conflitto su cui ricostruire resistenze, unità e un nuovo welfare.

Dipenderà dalla dinamica dell’antagonismo sociale, a scala tutt’altro che solo italica, quale strada prenderà il percorso appena iniziato. Che, è bene averlo chiaro, inciderà profondamente sulla forma-sindacato in quanto tale come sulle altre forme di resistenza, coscienza e organizzazione. Se la crisi globale va avanti nulla sarà più come prima. E allora assisteremo all’emergere di inaspettati e fecondi intrecci per chi avrà saputo mantenere e rielaborare un punto di vista di parte essendo oggi pienamente parte di un processo che è appena agli inizi.

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