Padova – Occupato il rettorato per sabotare la riforma!

Questa mattina gli studenti dell’università di Padova hanno riaperto gli spazi di democrazia e di partecipazione nel loro ateneo: con un blitz inaspettato, e in barba a digos, guardie armate e porte elettroniche hanno occupato la sala in cui lunedì si svolgerà il primo senato accademico in cui si vorrebbe intraprendere la strada per l’applicazione della riforma Gelmini.
I primi segnali di come il nuovo modello di governance proposto dalla riforma Gelmini struttura i rapporti di potere negli atenei si colgono dal modo in cui sono stati scelti i membri della commissione che dovrebbe redigere il nuovo statuto sulla base delle indicazioni che arrivano dal ministero: il rettore Zaccaria ha scelto arbitrariamente chi aveva il diritto di essere presente in quella sede. Non ci stupiamo di certo che tra questi ci siano due ex rettori, uno dei quali il padre politico dell’attuale rettore, Vincenzo Milanesi, e rappresentati dei principali centri di potere del nostro ateneo. Basta guardare a questo spaccato per comprendere come la riforma Gelmini non faccia altro che rafforzare e anzi legittimare la gestione medievale del nostro ateneo, al contrario di quanto diceva il ministro.

Abbiamo voluto comunicare a tutti, al governo, al ministro Gelmini, al rettore Zaccaria, ma anche ai sindacati e ai ricercatori, che la battaglia contro l’idea che questo governo e le istituzioni universitarie vorrebbero imporci non è finita. Una riforma illegittima approvata nonostante una mobilitazione, costruita da centinaia di migliaia di studenti, ricercatori e precari, che ha saputo proporre un’università diversa, che nella cooperazione sociale e nel sapere come bene comune ha trovato le proprie parole d’ordine. In questo senso siamo convinti che il nuovo statuto debba essere espressione delle parole d’ordine che le mobilitazioni dello scorso autunno si sono date.

Saremo in piazza lunedì con il personale Ata, i ricercatori, i precari, alle ore 13:30 davanti al Bo’, per riprendere il cammino e cominciare a costruire l’università del comune, quella in cui la partecipazione, la cooperazione, la ricerca autonoma, finanziata ed indipendente siano le basi su cui costruire un nuovo modo di immaginare il sapere e la nostra università.

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