I FATTI DI GENOVA NEL GIUGNO 60… ANTIFASCISMO

Giugno Sessanta: tra epica e storia

di Manlio Calegari e Gianfranco Quiligotti

Anche sAm si unisce alle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario di Genova 1960, grazie a Manlio Calegari e Gianfranco Quiligotti, che ci hanno mandato un loro saggio nato anche da un’insofferenza per il tono con cui spesso si Ë discusso e ancora si discute di quegli eventi. Quando ci ha inviato il testo, Calegari ci ha scritto, tra le altre cose: “Da una parte i legalisti che dichiarano di averlo poco meno che indetto con comizio di Pertini e comandanti partigiani, dall’altra quelli che ci vedono la rivoluzione tradita. Nessuno che sia andato a dare un’occhiata ai testi di allora e a quelli successivi. Il tentativo nostro Ë stato rileggere le fonti di allora con gli occhi e almeno alcune informazioni disponibili oggi, prodotte dalle varie commissioni parlamentari”. Presentiamo qui di seguito un sunto del testo, chi vuole leggerlo per intero potr‡ scaricarlo cliccando qui.

Il saggio di Calegari e Quiligotti fa parte di un lavoro pi_ ampio intorno a un’esperienza editoriale, culturale e politica che dai “fatti” di Genova prese le mosse: la rivista “Democrazia diretta”, insieme al gruppo che la animÚ nel corso della sua breve esistenza. Ci auguriamo che sAm possa collaborare a diffondere pure questo.

Dei “fatti” dell’estate del 1960 esiste un’epica – i “giovani dalle magliette a righe”, “la nuova resistenza”, la “ventata di antifascismo” che portò alla caduta del governo Tambroni sostenuto dal MSI – che il passare degli anni non ha cancellato. Meno note le vicende politiche che si provocarono quei fatti. Aldo Moro nel suo memoriale dal carcere delle Br definÏ il governo Tambroni (e non il movimento di piazza che ne seguÏ) “il fatto pi_ grave e minaccioso per le istituzioni intervenuto a quell’epoca”. Un’affermazione che si fece capire meglio – ma ancora ci sarebbe da scavare – solo in seguito, grazie anche ai lavori della Commissione di inchiesta sulle stragi.

Di quanto allora avvenne almeno due aspetti vanno ricordati: la giovinezza dei protagonisti e il rilievo assunto dalla piazza – le manifestazioni popolari – per determinare gli sviluppi politici successivi (ovvero l’abbandono di Tambroni da parte della Dc). Entrambi questi aspetti furono percepiti con chiarezza dai contemporanei e segnarono il dibattito politico dei mesi seguenti. CosÏ come chiaramente era percepita la situazione di stallo della politica italiana: la Dc lacerata al suo interno sull’opportunit‡ dell’apertura ai socialisti, i veti ripetuti e inesorabili del Vaticano su qualsiasi collaborazione con i “nuovi anticristi”.

Dopo le dimissioni di Tambroni (seconda met‡ del luglio 1960), i comunisti proposero una lettura di quanto era avvenuto nelle settimane precedenti come il frutto di una loro lunga e paziente battaglia per arrivare a provocarle. Le cose perÚ erano andate diversamente. Schieratosi inizialmente a difesa di Gronchi – il presidente della Repubblica eletto coi loro voti e reduce da un recente viaggio in Urss che aveva indispettito gli Usa –, il Pci si era limitato a sottolineare le contraddizioni del governo apparse chiare con le dimissioni di alcuni ministri e sottosegretari. Una strategia cauta, ispirata ai valori dell’antifascismo, su cui, a sorpresa, si erano abbattute le violente cariche del 30 giugno a Genova, poi in luglio quelle di Reggio, il morto di Licata, le cariche di Roma, i morti di Reggio, Palermo e Catania.

I comunisti, che contro il congresso del Msi avevano progettato una campagna poco pi_ che cittadina, neppure erano stati sfiorati dal dubbio che, da parte del governo e degli apparati dello Stato, qualcuno avrebbe potuto utilizzare quegli eventi per ragioni opposte ed eversive. Quando dopo i morti di Reggio se ne resero conto non ebbero dubbi su quel che si doveva fare: bisognava togliersi dalla strada e metterla in politica e cosÏ fecero. Da qui l’accusa di pompieri e traditori. Molti, tuttavia, nelle ricostruzioni che in seguito fecero della vicenda, preferirono ignorare la facilit‡ con cui nel giro di pochi giorni nell’Italia di Tambroni era stato possibile fucilare dieci cittadini, ferirne oltre un centinaio, mandarne in galera pi_ del doppio, senza che un ministro, o un sottosegretario o un dirigente dell’ordine pubblico – neppure quelli individuati materialmente a sparare i colpi mortali – ricevessero in seguito una punizione o anche un semplice rimbrotto. Da parte loro, i comunisti mantenevano la loro nota difficolt‡ a riconoscere l’autonomia dei moti di popolo. Si consideravano l’unica legittima espressione della rivolta sociale e questo li portava a giudicare come provocazione qualsiasi manifestazione che non fosse ispirata da loro o non li avesse per protagonisti.
Un tentativo di colpo di stato?

Nell’estate del 1960, tra fine giugno e primi giorni di luglio, la vita politica italiana subÏ una improvvisa e inattesa irruzione. In diverse citt‡ italiane vi furono manifestazioni politiche con una forte presenza di giovani chiamati, dalla foggia in uso allora, i “giovani dalle magliette a righe”. Particolare importante che rivela le difficolt‡ degli osservatori di allora nel definire i partecipanti. Durante le manifestazioni, dieci furono gli uccisi, centinaia i fermati, circa trecento gli arrestati – molti dei quali in seguito condannati a pene detentive. I fatti avvenuti in quei giorni diedero luogo a un’epica: quella della “nuova resistenza”. Grazie alle “magliette a righe”, sconosciute e inattese, l’Italia era stata percorsa da una “ventata di antifascismo” che aveva spazzato via il governo democristiano, presieduto da Fernando Tambroni, sostenuto dal voto del solo Msi. Trattandosi di epica e non di storia, nÈ allora nÈ durante i decenni a seguire ogni volta che il ricordo dei fatti venne riproposto, si ritenne necessario fare i conti con alcuni semplici fatti. Ad esempio che la Resistenza, finita quindici anni prima, non costituiva certo il collante della generazione dei ventenni del Sessanta cosÏ come l’antifascismo non era all’epoca un valore diffuso, o cosÏ diffuso da produrre gli sfracelli che si erano verificati. Il fascino della politica presso le nuove generazioni risultava scarso. A confermarlo ci sono molte inchieste condotte ai tempi nei quartieri, nelle scuole e nelle fabbriche. Al Nord cresceva tumultuosa e irregolare l’Italia delle Coree; al Sud un terzo del paese si era da tempo messo in movimento per risalire la penisola e a quelle cose proprio non ci pensava.

Eppure anche una lettura frettolosa dei fatti confermava che in quei giorni le parole dell’antifascismo si erano sentite, e i richiami a quella ormai lontana stagione erano stati conformi; pi_ composti e tradizionali al Nord, mescolati a tensioni sociali al Sud, in Sicilia. Parole desuete come “antifascismo” e “Resistenza” erano passate dalla bocca di una generazione a un’altra senza apparente soluzione di continuit‡. Espressioni nuove – “celerini assassini”, “trenta giugno”– erano state scandite da ragazzi che, dall’oggi al domani, avevano preso a farla da protagonisti. Le piazze da luoghi di rituali prevedibili, erano state improvvisamente occupate e vissute da volti e gesti nuovi. E soprattutto la gioia e lo stupore per una situazione politica stagnante trasformata quasi per miracolo in qualcosa che ad alcuni era parsa simile a una rivoluzione: pochi giorni per passare da morti, feriti e arrestati alla vittoria – le dimissioni del governo.

Per la nascita di un’epica c’era tutto quel che serviva: la piazza, il canto, la giovinezza, l’incontro tra generazioni. Il passaggio del testimone era stato sancito dal sacrificio: il sangue degli eroi sconosciuti sacrificatisi per salvare l’Italia dall’onta di un governo democristiano che aveva preferito allearsi coi fascisti pur di non mettere in discussione il legame a doppio filo con Vaticano e Stati Uniti. CosÏ fin quando la sinistra aveva reagito, fatto appello agli antichi valori dell’antifascismo e della lotta partigiana, e aveva vinto. Ma su cosa avesse trionfato l’epica non precisava. Del resto, stabilirlo non Ë compito dell’epica ma della storia che perÚ ha lasciato passare quarant’anni prima di occuparsene per la prima volta in modo adeguato. Risale infatti al 2000 l’unica seria ricerca dedicata all’argomento, opera dello storico inglese Philip Cooke. Nell’estate del 1960 gli italiani – questa la domanda di Cooke – si erano trovati a dover fronteggiare un tentativo di golpe da parte del governo Tambroni? E diversamente con cosa si erano scontrati? La risposta di Cooke era che non di golpe si trattava. Sia che s’intendesse il golpe come una sconfitta della sinistra “in piazza” – chiamata allo scoperto dalla stessa azione repressiva messa in campo dal governo – a cui doveva seguire una “presa del potere”, sia che lo si intendesse come “unica soluzione possibile” a una situazione di tensione sociale (che prevedeva i morti) provocata dalla destra e che inevitabilmente avrebbe comportato la repressione della sinistra (“una specie di strategia della tensione degli anni Sessanta”). Ipotesi entrambe non convincenti, secondo Cooke, mancando elementi probanti per sostenere che Tambroni, malgrado il suo profilo di uomo “legge e ordine” – dove l’ordine contava sicuramente pi_ della legge – volesse diventare un De Gaulle italiano.

A sostegno di quanto sostenuto da Cooke c’Ë che Tambroni era un “Dc doc” e che, malgrado la sua condotta spregiudicata nello spiare avversari e concorrenti politici, restava un uomo di partito che sapeva benissimo come il suo destino personale si intrecciasse con la dirigenza Dc. A cui non a caso si era rivolto nel Consiglio dei ministri dell’8 luglio – il giorno successivo ai fatti di Reggio Emilia – chiedendo esplicitamente di mantenere in vita il suo governo “mettendone cosÏ in ombra il carattere amministrativo”. I suoi colleghi democristiani sapevano come lui avesse cercato nelle ore precedenti di forzare le loro decisioni chiedendo al presidente Gronchi la dichiarazione dello stato d’emergenza. E la loro inquietudine era sicuramente aumentata a fronte delle voci autorevoli che, secondo l’allora ambasciatore italiano negli Stati Uniti, davano a Tambroni del “ladro” e del “ricattatore” che “meditava un colpo di stato”. Critiche che, aveva scritto Brosio, trovavano una sponda inattesa anche oltre Atlantico dove non erano dispiaciuti per la fraternizzazione col Msi e la mano pesante usata in piazza, ma impensieriti piuttosto dall’“atlantismo malcontento” e dalle avances ai sovietici fatte da Mattei e da Gronchi il protettore di Tambroni

Golpista o meno, resta il fatto che Tambroni un progetto politico l’aveva. In Italia – questa la sua tesi – era in corso una cospirazione comunista: tanto bastava a giustificare la pratica omicida delle forze dell’ordine e la richiesta di prolungare la vita del suo governo. Un falso che per essere pi_ credibile aveva fatto dieci morti e mandato in galera alcune centinaia di persone. Tambroni non era il De Gaulle italiano ma conosceva benissimo la strada per imporre soluzioni politiche impopolari anche alle correnti del suo partito. La pericolosit‡ della sua azione di governo Ë cominciata a emergere solo ad anni dai fatti; una prima volta, nel 1967, con la Relazione Beolchini, poi nel 1971 e ancora pi_ corposamente dagli anni Novanta, grazie alla Commissione stragi. Si tratta di materiali prodotti per finalit‡ che non avevano specificamente a che fare coi fatti del 1960 e pertanto non hanno suggerito ulteriori approfondimenti di risultati gi‡ di per sÈ significativi. Ma a conferma basterebbero quanto scrisse a suo tempo Aldo Moro che definÏ senza mezzi termini il governo Tambroni (e non il movimento di piazza che ne seguÏ) “il fatto pi_ grave e minaccioso per le istituzioni intervenuto a quell’epoca”. Lo scrisse in un memoriale mentre era prigioniero delle Brigate rosse e fu sufficiente perchÈ la sua affermazione venisse ignorata o, peggio, trattata con sufficienza. Eppure Tambroni, scomparso dalla politica italiana dopo essere stato costretto alle dimissioni, non era un signor nessuno, anzi.

La sua scalata politica, culminata con l’incarico a Primo ministro da marzo a luglio del 1960, era cominciata alla met‡ degli anni Cinquanta spodestando il potentissimo Scelba dal Ministero degli interni e occupandolo ininterrottamente con tre diversi governi – dal 6 luglio 1955 al 15 febbraio 1959 – fino al suo incarico a primo ministro. Erano gli stessi anni del consolidamento e dell’ufficializzazione di Gladio, l’organizzazione segreta creata per la guerra non convenzionale nel caso di un’invasione dell’Italia da parte di truppe del blocco sovietico e in caso di avvicinamento al potere delle sinistre. Una struttura complessa, non ancora completamente svelata, a cui facevano riferimento varie organizzazioni – come la “O” (Osoppo), l’Ail (Armata italiana della libert‡), “Pace e libert‡” di Edgardo Sogno e altre impegnate nell’azione di contrasto dei comunisti (guerra psicologica, schedature, provocazioni, infiltrazione e altre attivit‡ “non lecite”).

L’arrivo di Tambroni al Ministero degli interni nel luglio del 1955 era coinciso con quello di De Lorenzo alla guida del Sifar e seguiva d’un anno l’elezione di Gronchi, principale protettore di Tambroni, alla presidenza della Repubblica. A partire dal 1958, durante la sua lunga permanenza al Viminale, Tambroni con l’accordo di tecnici e di funzionari dei servizi americani aveva contribuito in modo originale all’attivit‡ di contrasto dei comunisti, questione fondamentale nel rapporto con gli USA. Documenti acquisiti nel corso degli anni Novanta dalla Commissione Stragi, illustrano la svolta da lui impressa in senso “scientifico” alle attivit‡ dell’Ufficio affari riservati (Uar) del Viminale secondo il modello operativo e grazie al personale direttivo proveniente dalla questura di Trieste dove, grazie al supporto dei servizi USA, si era consolidata una struttura dotata di mezzi modernissimi. Su ordine di Tambroni, dal 1958, lo staff triestino era stato trasferito in blocco a Roma, al Viminale, per dar vita a livello nazionale a una nuova struttura, autonoma dalle Questure e dal Sifar, alla diretta dipendenza del Ministero degli interni. Obiettivo: schedatura dei sovversivi e controllo delle attivit‡ del partito comunista. “Qualcosa di simile all’Ovra”, scrivevano gli stessi uomini del Sifar, temendo di uscirne esautorati. Con cognizione di causa visto che alludevano, oltre al modus operandi della struttura, al fatto che dell’Ovra avevano fatto parte alcuni dei funzionari chiamati da Tambroni a dirigere l’Uar. Una struttura capace, grazie a finanziamenti massicci, disponibilit‡ di moderni mezzi tecnici di spionaggio, di accumulare nel breve tempo di un anno un potere enorme – sedi proprie criptate, accesso esclusivo e discrezionale agli schedari delle questure ecc. Ma anche una struttura impiegata oltre che per i fini dichiarati – peraltro illeciti – per indagare sugli avversari politici, compresi quelli della propria famiglia politica o di quelle alleate.

» sufficiente per dire che Tambroni debba essere considerato un golpista? Probabilmente no e in questo Cooke ha ragione. Ma la denuncia di una cospirazione comunista suffragata dalle manifestazioni di piazza represse nel sangue, la ricerca ostinata dell’approvazione dei suoi mettendoli di fronte al fatto compiuto e, non ultimo, il modo con cui lui stesso venne liquidato politicamente e per sempre suggeriscono che i suoi non gli perdonassero il tradimento di un patto politico che legava la consorteria delle correnti democristiane: unite sempre di fronte all’avversario ma impegnate tra loro ad affrontarsi ad armi pari. I dossier raccolti da Tambroni – ce n’erano gi‡ le prove – non si occupavano solo di comunisti. Fu questa una delle ragioni per cui Tambroni ricevette dai suoi il benservito che contribuÏ non poco a decretare la vittoria della piazza; lasciandole i meriti della battaglia e l’epica che ne seguÏ.

In piazza

Di quanto allora avvenne almeno altri due aspetti vanno ricordati: la giovinezza dei protagonisti e l’influenza della piazza – le manifestazioni popolari – sulle decisioni politiche dei partiti. Entrambi questi aspetti – il secondo risultÚ il pi_ oscurato nelle ricostruzioni successive – furono percepiti con chiarezza dai contemporanei e segnarono il dibattito politico che ne seguÏ. CosÏ come era chiaramente percepita la situazione di stallo della politica italiana: la Dc lacerata al suo interno sull’opportunit‡ dell’apertura ai socialisti, i veti ripetuti e perentori del Vaticano sulla possibile collaborazione con i “nuovi anticristi”.

Quando il 20 marzo 1960, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi – con iniziativa personale che non aveva precedenti – diede a Tambroni, fido compagno di corrente, l’incarico di formare il governo, la cosa aveva turbato pi_ l’ambiente democristiano che quello dell’opposizione. Gronchi infatti godeva presso l’opposizione di indubbia simpatia: nel 1947 si era schierato contro la rottura, imposta da De Gasperi, del governo di unit‡ nazionale che comprendeva le sinistre, e la sua elezione a presidente della Repubblica nel 1955 era avvenuta con il voto determinante di socialisti e comunisti. Inoltre, sotto la sua presidenza, erano iniziate alcune significative trasformazioni (varo della Corte Costituzionale, riforma della censura e dei regolamenti di polizia) e stava lentamente prendendo corpo la possibilit‡ di una apertura dei Dc ai socialisti. Oltre ad aver contribuito a mettere fuori gioco Scelba – il ministro degli interni pi_ inviso alla sinistra – nei governi seguiti alla sua elezione, Gronchi aveva conquistato ancora nuove simpatie tra i comunisti con il viaggio in Urss tra il 5 e l’11 febbraio del 1960, intrapreso malgrado l’ostilit‡ dichiarata del Vaticano e le non meno palesi riserve del Dipartimento di Stato, che gi‡ il 12 febbraio aveva chiesto al Ministro degli Esteri italiano un dettagliato rapporto sui colloqui avvenuti. Anche se l’impresa aveva mostrato da subito la sua natura velleitaria, “l’Unit‡” si era impegnata a fondo a reclamizzarla dedicandole abbondanza di inviati e servizi speciali.

Quanto a Tambroni, si sapeva che non era amato dalla maggior parte dei suoi compagni di partito, che era avversato in particolare da Scelba di cui, dal 1955, aveva rilevato il ruolo di ministro degli interni, e che in tempi recenti – nel 1959 – aveva fatto dichiarazioni di apertura a sinistra; un vero voltafaccia dopo anni passati sulla sponda opposta. Specialmente si sapeva che era uomo di Gronchi dal quale si sussurrava avesse personalmente ricevuto l’elenco dei ministri del suo governo. Un argomento che giustificava la scarsa simpatia di vari suoi colleghi Dc e, di riflesso, il discreto interesse con cui da sinistra era stato osservato. Almeno fino a quando, il 4 aprile 1960, il governo che presiedeva aveva ottenuto alla Camera i soli voti della Dc – per giunta con qualche franco tiratore – e del Msi. Un segnale dai suoi che il governo doveva considerarsi una soluzione transitoria e un messaggio a Gronchi che il suo tentativo di controllo dell’esecutivo non era passato inosservato.

Subito dopo il voto tre ministri e cinque sottosegretari si dimisero dichiarando inaccettabili i voti determinanti del Msi. L’11 aprile anche la direzione democristiana chiedeva a Tambroni di dimettersi perchÈ, spiegava, il Parlamento aveva attribuito al voto del Msi un significato che non era nelle intenzioni del governo. Tambroni cercÚ di guadagnare tempo: c’erano 31 amministrazioni locali – disse durante la riunione di direzione – anche importanti come Roma e Genova, che si reggevano con i voti determinanti del Msi; i colleghi avevano valutato a fondo le conseguenze della loro decisione? L’avevano valutata, era stata la risposta, e lui era tornato da Gronchi con le dimissioni. Il 15 aprile, a Genova, un Msi furibondo iniziava le ritorsioni: votava contro il bilancio comunale e metteva in crisi la giunta. Evento non periferico: la curia genovese di allora era infatti retta dal cardinale Siri, presidente della Conferenza episcopale italiana, influente fautore a livello locale dell’asse Dc-Msi e intransigente oppositore dell’apertura a sinistra.

Gronchi, dopo che Tambroni aveva rassegnato il mandato, incaricÚ Fanfani – questa volta su indicazione della direzione Dc che perÚ, subito dopo averlo proposto, era tornata a dividersi. Fanfani, vittima dei veti incrociati delle correnti democristiane, il 22 aprile aveva a sua volta rinunciato. A questo punto Gronchi riesumÚ Tambroni: respinse le dimissioni che questi aveva presentato dopo il voto della Camera e lo invitÚ a presentarsi al Senato. Una operazione di costituzionalit‡ dubbia – sollevÚ riserve da parte dei comunisti – superata il 29 aprile dal voto in aula. Il governo, di nuovo con l’appoggio dei soli voti del Msi, si impegnava a restare in carica non oltre al 31 ottobre per l’approvazione dei bilanci e la normale amministrazione. La maggioranza imbarazzante e i tempi di scadenza ravvicinati non impedirono al Vaticano di manifestare il suo appoggio. Ci pensÚ Siri, sull’“Osservatore Romano” del 18 maggio 1960, con l’articolo Punti fermi. La Conferenza episcopale italiana metteva in guardia la Dc dall’intraprendere qualsiasi passo verso sinistra. Era una questione che toccava i cattolici e quindi la chiesa: la Chiesa diceva no e alla Dc non restava altro che prenderne atto.

Dalla fine di aprile ai primi di giugno, ci furono alcuni episodi che – letti col senno di poi – avrebbero dovuto allarmare sul prezzo che il governo si impegnava a pagare per i voti del Msi, ma nulla lasciava intravedere lo scontro che tra giugno e luglio avrebbe insanguinato l’Italia. Salvo forse che a Genova. PerchÈ proprio a Genova il Msi, anche per sottolineare il peso conquistato mettendo in crisi la giunta cittadina e forte del dichiarato appoggio della Curia, aveva annunciato lo svolgimento del suo congresso nazionale nei giorni 2-4 luglio 1960. Decisione presa in maggio, quando il Msi aveva deciso di togliere il suo appoggio alle giunte Dc per le dimissioni imposte a Tambroni, e rinnovata, quando era divenuto il partito stampella del governo. A Genova non pi_ il congresso della ritorsione ma quello della celebrazione, con in pi_ un carico da undici: Carlo Emanuele Basile, il “presidente della provincia” tra il 1943 e il 1944, chiamato a presiedere il congresso. Protagonista in prima persona della repressione dei patrioti genovesi, responsabile della deportazione degli operai del 16 giugno 1944, nel dopoguerra scampato alla condanna a morte e infine amnistiato: a Genova, l’odio per Basile non era circoscrivibile al solo popolo di sinistra. Al Msi erano consapevoli che si trattava d’una provocazione ma la benevolenza della Curia genovese era un invito ad alzare la posta e a confermare l’assise.

A Genova la reazione alla decisione del Msi risultÚ, almeno fino alla met‡ di giugno, molto blanda. Il Consiglio federativo della Resistenza emise il 10 giugno un odg di condanna. Le parole erano: “doloroso stupore” e “scandalo” per il ripresentarsi sulla scena dei “carnefici” di ieri; “immeritata onta” e rischio di “dover ammainare il vessillo” per la citt‡ medaglia d’oro. Il 14 sopravvenne, pi_ prosaico, il comunicato dell’esecutivo della Cgil – “i lavoratori genovesi […] non subiranno passivamente la provocazione e l’offesa” – seguito, il 15, da un appello della Fiom che auspicava la formazione d’un fronte unitario “contro la provocazione fascista”. La dichiarazione era impegnativa ma il quotidiano socialista “Il Lavoro” la pubblicava, insieme all’elenco delle iniziative (comizi e assemblee) che si svolgevano in citt‡ contro il congresso del Msi, solo nelle pagine della sua edizione genovese (all’epoca ne aveva altre quattro tutte per la Liguria). Lo stesso faceva “l’Unit‡”, dove le notizie relative alla campagna contro il congresso si trovavano solo nelle pagine cittadine.

Il 24 giugno la campagna del “Lavoro” contro il congresso del Msi raggiungeva finalmente le pagine regionali: i portuali genovesi annunciavano, per l’indomani, sabato 25 giugno, uno sciopero di due ore “contro i neofascisti”. Era una decisione importante perchÈ imbastire uno sciopero politico contro una scelta – il congresso del Msi a Genova – che l’informazione benpensante si sforzava a indicare come amministrativa, fu additata allora come una forzatura, segno di una irriducibilit‡ ormai superata dai tempi e che, non a caso, trovava spazio in una categoria giudicata un po’ retrÚ. Ma gi‡ sul “Lavoro” del 25, le notizie che la questura il giorno prima aveva impedito un comizio di due segretari della Camera del Lavoro e che il prefetto aveva ottenuto dalla Procura della Repubblica il sequestro di un manifesto del Consiglio federativo della Resistenza erano di nuovo confinate nella cronaca della sola edizione genovese. Per dire che, almeno fino al 25 giugno, al quotidiano socialista, storica voce dell’antifascismo e dell’opposizione in citt‡, mancava la convinzione che l’opposizione al congresso del Msi potesse avere una risonanza tale da superare la dimensione genovese.

Discorso non troppo diverso per il Partito comunista. Solo il 23 giugno l’antifascismo genovese era riuscito a guadagnarsi per la prima volta la pagina nazionale dell’“Unit‡” (articolo di spalla in prima); e pi_ per ragioni “politiche” che per dar conto della mobilitazione in corso. La notizia infatti era che il senatore democristiano Giorgio Bo, uno dei ministri dimissionari del governo Tambroni e figura eminente della Dc genovese, aveva inviato la sua adesione al Consiglio federativo della Resistenza dichiarandosi a disposizione per le iniziative del caso. Al contrario di altri due liguri presenti nel governo Tambroni – Taviani, ministro del Tesoro, e Russo sottosegretario agli Esteri – che, malgrado il loro pedigree resistenziale, avevano digerito benissimo i voti del Msi. Per i comunisti il caso Bo stava a provare le possibilit‡ che si aprivano all’opposizione: quanto stava succedendo a Genova faceva intravedere occasioni non remote di nuovi schieramenti. A dire l’ultima parola sulla questione ci avrebbero pensato i lavoratori: Genova risponder‡ al MSI con uno sciopero generale di tutta la provincia per giovedÏ 30, cosÏ l’annuncio il 24, in pagina nazionale sull’“Unit‡” e in quella regionale del “Lavoro”. La classe operaia genovese avrebbe buttato sulla bilancia il suo impegno antifascista; alla politica il compito di assicurargli un esito positivo.

Il 25 giugno – solo il 25 giugno – la partita contro il Congresso veniva per la prima volta estesa al governo: Proibito a Genova un manifesto del CLN. Il governo Tambroni vuole imporre il congresso del MSI nella citt‡ medaglia d’oro. Lo scandalo – scriveva “l’Unit‡” in prima su 4 colonne – era il prefetto che aveva vietato il manifesto del Cln sottoscritto da tutti i partiti antifascisti con l’eccezione della Dc. Scandalo che – precisava “l’Unit‡” – l’indomani avrebbe finalmente avuto la risposta che meritava dal convegno dei Cln della Liguria. Il convegno, destinatario delle centinaia di messaggi e odg contro il congresso del Msi, giunti da una infinit‡ di luoghi e associazioni, avrebbe avuto il compito di riassumerli e di far pervenire al governo la voce “unitaria” dell’antifascismo genovese e ligure e la sua avversione al congresso.

All’atto pratico il convegno su cui i comunisti avevano molto puntato si rivelÚ poco pi_ di una cerimonia per addetti ai lavori e passÚ in secondo piano anche perchÈ lo stesso giorno, il 25 giugno, avvennero fatti ben pi_ significativi. A cominciare dallo sciopero dei portuali la mattina, il quale, pur in assenza di manifestazioni clamorose, aveva rotto – per la prima volta da quando si era cominciato a parlare del congresso del Msi – il tono esclusivamente cartaceo della protesta antifascista. Stesso effetto aveva avuto, sempre in mattinata, la corposa manifestazione attorno alla Casa dello studente, luogo simbolico della repressione nazifascista, dentro l’area delle facolt‡ scientifiche. Partecipazione impegnata e buona presenza di docenti e studenti, nessuno dei quali aveva memoria di qualcosa di simile: all’epoca nell’universit‡ la politica era considerata con sospetto e tra gli studenti, dopo i “cattolici” che avevano la maggioranza, era la destra la seconda forza.

Il successo delle manifestazioni della mattina contribuÏ alla buona riuscita del comizio dei partiti di sinistra, indetto per il pomeriggio in piazza Banchi dalle organizzazioni giovanili, ma anche – fatto nuovo e dinamico della protesta – da altre, come l’associazione degli universitari, il circolo Gobetti, il circolo ebraico, il periodico universitario “Quarantacinque”. Alla fine del comizio, una parte dei giovani presenti – tra 100 e 150 persone –, aveva risalito i vicoli della citt‡ vecchia per portare slogan e cartelli nella centrale piazza De Ferrari. Qui erano stati accolti dalle cariche della Celere. Appostata sul lato della piazza, era intervenuta a sorpresa, duramente: manganellate, lacrimogeni, inseguimenti con vittime anche tra gli occasionali passanti. Pi_ che rabbia e antagonismo, le prime cariche avevano prodotto stupore: la maggior parte dei giovani presenti non ne aveva mai subito una. Colpiva la sproporzione tra mezzi e fini, tra aggressivit‡ degli assalti e la modestia dei manifestanti. “Ma cosa stanno facendo?” si erano chiesti in molti, e per denunciare l’affronto una cinquantina dei giovani presenti, accompagnati da alcuni parlamentari di sinistra, si erano recati in prefettura. Ad aspettarli, di fronte al portone, invece del prefetto avevano trovato il questore che personalmente alla guida di un reparto li aveva irrisi, nuovamente caricati e infine minacciati: “Da dieci citt‡ italiane mi stanno arrivando dei rinforzi, metterÚ tutti a posto”.

La sera del 25 – di nuovo col senno di poi – ci sarebbe stato di che riflettere, ma la violenza dei reparti Celere in Italia non era una novit‡ e si preferÏ pensare a una situazione scappata di mano. “L’Unit‡” del 26, che dei fatti aveva dato la notizia in prima dell’edizione nazionale – Due ore di scontri a Genova tra la Celere e gli antifascisti. La polizia di Tambroni impegnata sostenere il congresso del MSI – aveva evitato di accompagnare il testo con foto delle cariche preferendo quelle seriose e composte degli universitari affiancati dai loro professori di fronte alla Casa dello studente. Anche se il titolo associava le violenze della polizia al nome di Tambroni, il testo dell’articolo era cauto. E nelle pagine genovesi l’attenzione era diretta, pi_ che alla denuncia delle violenze gratuite, alla riuscita della manifestazione del 28, a sostegno della quale andava una intera pagina: “Nel nome delle sue battaglie […] la Resistenza ligure insorge contro l’adunata fascista” con foto di partigiani (condotti al patibolo, vittoriosi in citt‡ ecc.) e protagonisti della guerra di Resistenza (Buranello, don Bobbio). Stessa impostazione – titolo su 6 colonne sempre in prima nazionale – nel pezzo del 27: La Liguria schierata contro i rigurgiti fascisti, ma qui il nome di Tambroni si era perso. Nelle pagine genovesi solo una foto a documentare le “violente cariche della Celere contro i manifestanti antifascisti di sabato” che avevano sconvolto due piazze del centro sotto gli occhi di centinaia di testimoni. Cariche che perÚ avevano registrato il fallimento del “tentativo di provocazione dei poliziotti”. Come dire: siccome alla fine i manifestanti le avevano prese senza reagire, la polizia aveva fallito il suo scopo.

Genova di nuovo in prima nazionale anche sull’“Unit‡” del 28. Notizie: il comizio di Pertini in piazza della Vittoria previsto per il pomeriggio e la Cgil che aveva confermato lo sciopero generale in citt‡ per giovedÏ 30. Decisione solitaria, in disaccordo con gli altri sindacati, resa difficile da una discussione, che in Cgil durava da tempo, sull’opportunit‡ degli scioperi politici e, anche per questo, con pi_ di una incertezza circa la sua riuscita. Decisione sofferta presa quando ancora non si sapeva che il comizio di Pertini sarebbe stato una adunata di popolo e specialmente non si sapeva della notizia, su tutti i quotidiani di quel giorno e in prima, su cinque colonne, dall’“Unit‡”, che a Palermo la polizia aveva sparato su un possente corteo di scioperanti; il pi_ grande che si fosse mai visto a Palermo dopo quello del ’47 per la vittoria delle sinistre, presenti tutti i sindacati – Cisnal compresa – e le associazioni dei commercianti e degli artigiani. Con la corrispondenza da Palermo, “l’Unit‡” pubblicava in prima la foto di “un lavoratore ferito dal colpo di pistola di un celerino”, a terra in un lago di sangue.

Le notizie da Palermo furono uno choc. Non era possibile attribuire un fatto cosÏ grave all’irresponsabilit‡ del questore di turno. ToccÚ ad Aldo Tortorella (n. 1926), direttore dell’edizione nazionale (quella milanese, destinata al Nord) di scriverne in un corsivo – La tregua dell’on. Tambroni – comparso in prima lo stesso giorno. Partenza forte – “Ci voleva un governo amministrativo perchÈ in Italia si ricominciasse a puntare le armi e usarle contro i lavoratori…” – seguita perÚ da frasi caute, preoccupate. Prudenza suggerita a Tortorella dal non avere le spalle coperte da una presa di posizione ufficiale del partito ma anche da come si andavano schierando, rispetto al governo e al suo sodalizio con il Msi, i principali quotidiani nazionali. Tutti, anche quelli genovesi, a eccezione del socialista “Il Lavoro”, denunciavano la pericolosa strumentalizzazione che i comunisti facevano del congresso del Msi e delle sigle resistenziali. I comunisti – era la tesi – ostinandosi su questioni ormai da considerarsi chiuse erano i primi responsabili delle difficolt‡ del Msi a inserirsi nell’arco costituzionale.

Il 28 giugno, apertosi nel clima pesante delle notizie giunte da Palermo, si chiuse a Genova con il grande successo del comizio di Pertini in piazza della Vittoria. Il 29, “Il Lavoro” nelle pagine regionali e “l’Unit‡” in prima su cinque colonne gongolavano: comizio forte, pubblico attento, caloroso, numeroso – 30mila persone, forse pi_; vero momento di sintesi delle iniziative messe in campo in citt‡ nei giorni precedenti, altro che Convegno dei Cln. Un buon auspicio anche per lo sciopero generale di 6 ore, dalle 14 alle 20 di giovedÏ 30 giugno, che avrebbe interessato, oltre la provincia di Genova, quella di Savona. Riuscir‡? Erano parecchi nell’organizzazione sindacale a porsi la domanda. C’era il timore che con la manifestazione del 28 l’antifascismo avesse fatto il pieno. Nessuno sembrava ancora in grado di valutare se e quali potessero essere gli sviluppi di una campagna che, con l’eccezione del comizio di Pertini, aveva toccato solo piccoli gruppi, Èlite politiche. Anche per questo il programma del 30 non prevedeva ulteriori assembramenti di massa, ma solo riunioni di rappresentanze. CosÏ il comunicato sindacale: “I dirigenti sindacali di ogni istanza si concentreranno nei locali di via Balbi dove con le delegazioni delle Camere del lavoro della Liguria si recheranno al sacrario. Dopo di che alle 19 Ë previsto un Attivo generale nella sede genovese della Camera del Lavoro”.

“L’Unit‡” del 29, oltre l’annuncio dello sciopero generale antifascista per il 30 a Genova e Savona – in prima su sei colonne –, pubblicava un corsivo di Tortorella Chi c’Ë dietro il MSI. Ormai Ë chiaro – sosteneva Tortorella – che lo scontro che da giorni porta Genova sulle prime pagine Ë di natura politica generale e non locale. Non di rigurgiti fascisti si tratta ma di scelte di chi oggi – la chiesa, gli industriali e altri – cerca con ogni mezzo di alzare il prezzo del cambiamento di cui il paese ha bisogno. Parole impegnative che evitavano perÚ di approfondire la parte che il governo Tambroni aveva nella partita.

Venne il 30 giugno, il giorno dei “fatti”. Scioperarono le grandi fabbriche, ma anche le piccole dove la rappresentanza sindacale era scarsa o nulla. Gli scioperanti invece di andarsene a casa vennero in citt‡, si unirono alle “delegazioni” sindacali, le superarono, soffocarono e divennero “il corteo dei 100mila”. Poi i pi_ ripresero la strada di casa. Gli altri a bighellonare, chiacchierare e sfottere a De Ferrari, nella piazza accaldata e soddisfatta. Poco dopo le 17 cominciarono le cariche, la battaglia che durÚ fin oltre le 19. A sera, in citt‡, un clima irreale: interrogativi e movimenti segreti immersi nella nebbia dei lacrimogeni, cosÏ densa da arrivare fino ai quartieri alti, in collina. “L’Unit‡” del 1_ luglio titolava Centomila antifascisti manifestano a Genova e respingono una vile aggressione poliziesca. Di oltre due ore di cariche in citt‡ si mostrava solo una foto, quasi a voler togliere enfasi agli scontri. PerchÈ il pensiero non scritto ma dentro la testa di tutta la dirigenza politica di sinistra era: e se il il Msi vorr‡ lo stesso fare il suo congresso? Alla Federazione genovese del Pci i messaggi che giungevano da Roma, dal centro del partito, erano chiarissimi: “tagliare fuori, isolare e possibilmente spegnere le punte estreme e allargare quanto pi_ possibile le basi del movimento di protesta”, guai a farsi trascinare in una logica di scontri stradali dagli sviluppi incontrollabili. Il ricordo delle rivolta urbana seguita all’attentato a Togliatti non era poi cosÏ lontano.

A Genova perÚ, dopo i fatti del 30, urgeva una soluzione che da un lato tenesse conto della collera esplosa in citt‡ e dall’altro ne evitasse accuratamente il ripetersi. I vari comitati resistenziali avevano fatto bene il lavoro di preparazione: la giornata del 30 era stata anche merito loro, ma ormai erano superati dagli avvenimenti. Unico in grado di amministrare e dirigere la forza che si era accumulata nel giro di poche ore e che ora rischiava di esplodere era il sindacato. Che non si tirÚ indietro: la Cgil genovese, annunciÚ uno sciopero di 24 ore per il 2 luglio, giorno previsto per l’inizio del congresso del Msi. Trattandosi di un sabato non avrebbero dovuto esserci sorprese tipo quelle del 30. Nello stesso tempo in prefettura era finalmente (e non troppo segretamente) iniziata la trattativa – prefetto e questore, rappresentanti dei partiti, del sindacato e dell’Anpi – per lo spostamento del congresso in zona defilata e sicura. Prova che molti ancora confidavano nel governo e nel suo sincero desiderio che la situazione non degenerasse.

I titoli del 2 luglio cantavano vittoria e lasciavano filtrare il respiro di sollievo per essere usciti da una situazione che stava trasformandosi in una trappola: L’antifascismo ha vinto. Il congresso del MSI non si fa. Il governo Tambroni deve dimettersi (“l’Unit‡”, 2 luglio). Era la prima volta che si chiedevano le dimissioni del governo e, specie guardando i titoli dei giorni successivi, si capisce come la richiesta andasse interpretata come un indirizzo generale su cui il Partito comunista si apprestava a lavorare senza perÚ prevedere scadenze ravvicinate. La battaglia antifascista contro il congresso era stata combattuta e vinta; bisognava tradurre i risultati in “politica”. Le forze antifasciste si impegnano a battersi unite per sciogliere il MSI e applicare la costituzione (“l’Unit‡”, 4 luglio); Genova propone: si formi in Parlamento un gruppo antifascista per liquidare il MSI e Interpellanza comunista al governo per dibattere alla Camera sull’alleanza DC-MSI (“l’Unit‡”, 5 luglio): titoli che da soli suggerivano come l’antifascismo si muovesse in una prospettiva dai tempi lunghi. Sull’“Unit‡” del 3 luglio, Togliatti, intervistato circa la sua recente visita in Urss, sui recenti fatti di Genova e la richiesta di dimissioni del governo, non pronunciava verbo. Come dire che era un capitolo chiuso.

La situazione cambiÚ radicalmente di segno il 5 luglio, all’improvviso: le informazioni arrivarono con i quotidiani del 6 e proseguirono drammatiche, terribili fino al 9. Il 5, a Licata, una manifestazione popolare contro il carovita e la mancanza di lavoro era stata caricata selvaggiamente dalla polizia; ucciso un giovane di 25 anni mentre cercava di difendere un bambino tenuto fermo contro un muro e picchiato dai celerini. A Reggio Emilia la polizia aveva bastonato alla grande i partecipanti a una manifestazione antifascista: c’erano stati scontri anche duri con feriti e fermati. Il giorno dopo, 6 luglio, a Roma: un gruppo di deputati del Pci e del Psi recatosi a Porta San Paolo a deporre due corone ai piedi della lapide che ricordava i combattimenti del settembre 1943 era stato caricato e bastonato dalla polizia a cavallo. Alcuni deputati erano stati trascinati a terra e feriti, altri manganellati. La cronaca dell’“Espresso” (17 luglio 1960) riferir‡: “Per molte ore, in quelle zone, chiunque non aveva la cravatta veniva fermato, interrogato, spesso bastonato”. La sera del 6 da Licata erano arrivate altre notizie: la polizia aveva sparato coi mitra. Il 7, nel pomeriggio, la prima notizia giunta da Reggio Emilia era di “quattro antifascisti assassinati dalla polizia”, poche ore dopo si veniva a sapere che i morti erano cinque, di 19, 20, 21, 39 e 40 anni.

La crisi politica che si riteneva conclusa con il rinvio del congresso del Msi era tornata a esplodere in tutto il paese. A Roma, al Pci fu lo stesso Togliatti a prendere l’iniziativa. Bisognava impedire a ogni costo, disse, che la protesta precipitasse e che il popolo fosse tentato di occupare le piazze riportando la politica alla pura agitazione. Togliatti decise che sarebbe stato lui in persona ad affrontare il compito pi_ difficile sul terreno pi_ insanguinato del paese: commemorare a Reggio Emilia i compagni ammazzati dai celerini. Nel frattempo – preso atto nella riunione di segreteria che la situazione si era fatta pericolosissima visto che di colpo, dal Viminale a Palazzo Chigi al Colle, era scomparso qualsiasi garante e anche una semplice controparte con la quale concordare le regole del gioco –, contattÚ, dopo aver coinvolto anche Fanfani nell’iniziativa, il presidente del Senato, Merzagora. Merzagora si dichiarÚ disponibile e gi‡ dalla sera del 7 e poi l’8 fece arrivare il suo messaggio al Parlamento e ai partiti: una proposta di tregua, un passo indietro da parte di tutti, le forze di polizia nelle caserme, le manifestazioni sospese. Poche ore dopo, il Consiglio dei ministri dell’8 luglio trattÚ l’appello in modo sprezzante. Se ne conosceva l’origine e non gli si perdonava – oltre l’intromissione – il testo che metteva sullo stesso piano manifestanti e forze dell’ordine, che invece sole meritavano plauso e fiducia.

Ulteriore risposta l’appello di Merzagora la ebbe, sempre l’8 luglio, da Palermo dove, durante lo sciopero generale proclamato dalla Cgil per i fatti di Reggio Emilia, il corteo operaio era stato improvvisamente bastonato e caricato dalla polizia con le jeep lanciate a velocit‡. Nella zona tra piazza Verdi e piazza Politeama trasformata in un campo di battaglia, i celerini avevano cominciato a sparare sulla folla. Il primo a essere colpito un ragazzo di 16 anni raggiunto al torace da una pallottola di moschetto; subito dopo un altro di 14 ucciso a colpi di mitra; dopo di loro un operaio di 42 anni e una donna, 53 anni. I feriti erano stati decine e gli arrestati pi_ di 70. Di nuovo l’8, a Catania, nel corso dello sciopero contro il governo Tambroni, le forze di polizia avevano caricato i manifestanti con lancio di lacrimogeni. Un giovane edile disoccupato di 22 anni, rimasto isolato dal corteo era stato massacrato a manganellate e finito a colpi di pistola. Il 10, “l’Unit‡” pubblicava la foto del suo corpo sanguinante mentre alcuni agenti lo trascinavano fino al centro della piazza dove, riverso sul selciato, lentamente era morto.

L’8 luglio, insieme alla notizia dei morti di Reggio, “l’Unit‡” pubblicava anche una dichiarazione di Togliatti. Cauto, preoccupato che il partito potesse cadere nella trappola ormai palese – spingere il popolo a una risposta dura e diretta – Togliatti si proponeva come la voce della democrazia ferita, del paese stupito, amareggiato, dolente per le aggressioni e la violenza poliziesca. » ormai venuto il momento – diceva – perchÈ si formi un nuovo governo che abbia la sua ispirazione proprio nell’antifascismo, lo chiede il sentimento del paese. Non una sola parola che potesse essere interpretata come la raccolta della sfida o una lontana minaccia. Lo stesso, ma con toni pi_ forti – “via il governo della provocazione” – nell’intervento alla Camera di quattro giorni dopo (riportata da “l’Unit‡”, 13 luglio). Riferendosi al sostegno che Gronchi continuava a concedere a Tambroni, Togliatti aveva aggiunto: “se fosse vero dovremmo affermare che in Italia siamo al limite non solo di una grave crisi politica ma di una crisi costituzionale”. Togliatti parlava alla Camera il giorno dopo che la direzione Dc, mentre confermava la piena solidariet‡ al governo e in particolare alla polizia (ne dava notizia “l’Unit‡” del 12 luglio), si preparava perÚ ad abbandonarlo approvando un documento che manifestava piena disponibilit‡ a riprendere i contatti con i partiti di centro per la formazione d’un nuovo governo (l’annuncio su “l’Unit‡”, 14 luglio 1960: La DC con le spalle al muro abbandona Tambroni). Il 19 luglio la notizia, definitiva: Tambroni, dopo un colloquio con il presidente della Repubblica, aveva rassegnato le dimissioni.

Il governo Ë caduto; l’antifascismo ha vinto – scriveva “l’Unit‡”. Una vittoria frutto dello slancio generoso della parte migliore della nazione, conseguita grazie a un sacrificio dolorosissimo: dieci morti, duecento feriti di cui alcuni gravemente, alcune centinaia di cittadini in attesa di essere processati. I nomi dei caduti, scrisse “l’Unit‡”, sarebbero andati ad affiancare quelli dei partigiani scolpiti nei sacrari. Fu cosÏ per i morti di Reggio Emilia che ebbero anche una canzone che, citandone i nomi, contribuÏ a tramandarne il ricordo. Gli altri, i morti del Sud, pi_ casuali, alcuni di una giovinezza imbarazzante, privi quasi tutti d’una personale storia politica, ebbero meno fortuna. Nel senso che per entrare nell’epica che da quasi subito accompagnÚ i fatti italiani del Sessanta, avrebbero avuto bisogno di spiegazioni, di uno spazio loro che invece non ci fu. Licata, Palermo, Catania come Reggio Emilia; perchÈ? E perchÈ non Milano o Torino o Brescia o ForlÏ?

PerchÈ, si disse, i lavoratori siciliani avevano avuto la ventura in quella stessa estate di dare vita a una vertenza a livello regionale – a lungo preparata con il coinvolgimento di tutte le categorie sociali – che aveva prodotto attese profonde. Come ad esempio a Licata, dove si stava scioperando praticamente per tutto, cioË per vivere. Come anche a Palermo, dove lo sciopero del 27 giugno era stato corale e aveva riscosso dalla Regione l’attenzione che meritava. CosÏ quando la Cgil, in seguito ai fatti di Reggio Emilia, aveva chiamato allo sciopero generale, in Sicilia questa decisione era apparsa come la naturale conseguenza di quanto si era intrapreso fino a quel momento. Il continente che finalmente si mescolava alle cose siciliane, le toglieva dall’isolamento a cui storicamente sembravano condannate, per essere pi_ storia di migranti che di operai, di colonizzati pi_ che di cittadini. Aspetti che perÚ nell’epica non potevano trovare posto essendo “antifascismo”, “unit‡ antifascista”, “nuova resistenza”, parole che si attagliavano piuttosto alle citt‡ del Centro e del Nord, quelle – non molte in verit‡ – che contro Tambroni avevano manifestato.

Era stato il disegno criminale di Tambroni ad accomunare i fucilati di Reggio Emilia a quelli delle citt‡ siciliane. Impegnato a dimostrare la necessit‡ del suo governo, dopo esserne stato incaricato solo grazie alla complicit‡ della presidenza della Repubblica, Tambroni era perfettamente consapevole che per ottenere il suo scopo avrebbe avuto solo tre mesi di tempo, quelli che gli erano stati concessi per la formulazione e l’approvazione dei bilanci. Poi, fatalmente, sarebbe tornato nell’ombra, forse senza neppure ottenere quel Ministero degli interni, dove nell’estate del ’59 si era visto sfilare dal Sifar i dossier che lui aveva non troppo segretamente raccolto su amici e nemici negli anni della sua gestione (luglio ’55-febbraio ’59). Solo tre mesi per convincere la direzione democristiana, che non aveva apprezzato l’intrusione di Gronchi nella gestione dell’esecutivo, che il suo governo poteva durare pi_ a lungo visto la difficolt‡ di accordarsi attorno soluzioni alternative. Tre mesi per assicurare il Vaticano che i Punti fermi del 18 maggio restavano validi e che la questione italiana non erano i voti del Msi ma quelli dei socialisti, gli unici da considerarsi inaccettabili, impossibili. Tre mesi per andare oltre i quali non sarebbe bastata qualche blanda misura populista ma, al contrario, una modificazione del quadro politico tale che coloro che fino a quel momento aspettavano con l’orologio in mano la fine del suo incarico, avrebbero dovuto chiedergli il favore di restare.

I morti di Reggio e poi quelli siciliani dovevano rappresentare nell’intenzione di chi li aveva progettati la prova della cospirazione comunista. Non era necessario che i suoi compagni di partito credessero pi_ di tanto a una simile ipotesi. Era sufficiente che prendessero atto come, al punto in cui si trovavano le cose, non avrebbero potuto tirarsi indietro senza mettere in discussione l’immagine dello Stato e in definitiva la loro stessa credibilit‡. Se poi la piazza avesse abboccato accettando lo scontro, tutto sarebbe risultato ancora pi_ facile.

Le cose non andarono cosÏ. L’antifascismo, provocato in modo cosÏ maldestro, si trasformÚ e si arricchÏ: si tornÚ a parlarne e a rifletterci, cosÏ che lo si tolse dall’angolo dove era stato spinto dopo la stagione dei governi di unit‡ nazionale. Avvenne a sinistra, nelle fabbriche, ma anche tra i democristiani e in generale tra i cattolici: il documento pubblicato il 17 luglio, sottoscritto da 61 intellettuali cattolici, che aveva iniziato a raccogliere adesioni dai primi giorni dello stesso mese, era importantissimo; una pietra miliare dell’Italia repubblicana quanto ai rapporti tra religione e politica, tra cattolici e Chiesa. Rappresentanti autorevoli di tre generazioni di intellettuali cattolici scrivevano: “la devozione e la fedelt‡ alla chiesa e ai pastori non possono venire invocate senza grave pericolo per favorire soluzioni e orientamenti strettamente politici […] Sarebbe oltremodo doloroso, per la societ‡ italiana e per la comunit‡ storica cristiana, se il gran bene dell’unit‡ dei cattolici dovesse servire soltanto a rendere impossibile ogni potere di orientamento”. Un linguaggio cauto ma inequivocabile.

Le cose non andarono secondo i propositi di Tambroni anche perchÈ le manifestazioni popolari che si erano susseguite non avevano seguito i copioni di altre rivolte – a cominciare da quella, nel 1948, per l’attentato a Togliatti –, ma avevano mostrato protagonisti e modi inattesi, sconosciuti, sui quali la politica prese a interrogarsi con una certa inquietudine. Cosa c’entravano l’antifascismo e la Resistenza con quei ragazzi fermati o arrestati durante le manifestazioni che per la maggior parte avevano meno di 25 anni? Cos’era che aveva trasformato la loro apparente indifferenza verso la politica e l’ignoranza del passato – confermata dalla maggior parte delle inchieste di allora – in una presenza cosÏ perentoria?

Furono queste alcune delle ragioni – altre non meno importanti furono dettate dal timore delle varie correnti Dc e dei loro leader di vedere restringersi i rispettivi spazi di manovra – che ispirarono la direzione Dc dell’11 luglio. Nell’occasione tutti i partecipanti intervennero per approvare la linea di condotta del governo nella sua gestione dell’ordine pubblico, solidarizzando con le forze dell’ordine ma accogliendo in silenzio la richiesta di Tambroni di procrastinare la durata del suo incarico. Coprire tutto, condividere le decisioni prese sino a quel momento ma cambiare registro; come fu scritto nel comunicato dell’indomani.

Circa l’impiego cruento delle forze di polizia nei giorni precedenti, Tambroni aveva sostenuto – e Spataro, Ministro dell’interno, aveva usato le stesse parole alla Camera nel dibattito del 5 luglio – che il suo governo si era trovato a fronteggiare una laboriosa manovra comunista mirante con la mobilitazione di piazza a destabilizzare la democrazia italiana, un tentativo quasi insurrezionale. La semplice cronaca dei fatti era sufficiente per convincersi del contrario. I comunisti avevano chiesto la testa del governo, per la prima volta con convinzione, solo la sera del 7 luglio dopo la notizia dei morti di Reggio.

Anche se dopo le dimissioni di Tambroni i comunisti proposero una lettura di quanto era avvenuto nei due mesi precedenti come il frutto di una loro lunga e paziente battaglia per arrivare a provocarle, le cose erano andate diversamente. Inizialmente l’obiettivo era stato quello di aumentare le contraddizioni del governo – gi‡ palesatesi con le dimissioni di ministri e sottosegretari –, rafforzando la campagna antifascista e il suo impianto unitario, ciellenistico. Una strategia cauta su cui si erano abbattute le cariche del 30 giugno a Genova, poi in luglio quelle di Reggio, il morto di Licata, le cariche di Roma, i morti di Reggio, Palermo e Catania.

I comunisti, che contro il congresso del Msi avevano progettato una campagna poco pi_ che cittadina, neppure erano stati sfiorati dal dubbio che, da parte del governo e degli apparati dello Stato, qualcuno avrebbe potuto utilizzare quegli eventi per ragioni opposte ed eversive. Quando dopo i morti di Reggio se ne resero conto non ebbero dubbi su quel che si doveva fare: bisognava togliersi dalla strada e metterla in politica e cosÏ fecero. Da qui l’accusa di pompieri e traditori. Molti, tuttavia, nelle ricostruzioni che in seguito fecero della vicenda, preferirono ignorare la facilit‡ con cui nel giro di pochi giorni nell’Italia di Tambroni era stato possibile fucilare dieci cittadini, ferirne oltre un centinaio, mandarne in galera pi_ del doppio, senza che un ministro, o un sottosegretario o un dirigente dell’ordine pubblico – neppure quelli individuati materialmente a sparare i colpi mortali – ricevessero in seguito una punizione o anche un semplice rimbrotto. Da parte loro, i comunisti mantenevano la loro nota difficolt‡ a riconoscere l’autonomia dei moti di popolo. Si consideravano l’unica legittima espressione della rivolta sociale e questo li portava a giudicare come provocazione qualsiasi manifestazione che non fosse ispirata da loro o non li avesse per protagonisti.

 

Inatteso, insospettato, impensato

A sinistra, i fatti dell’estate 1960 furono una specie di sbornia. Eccitazione e stupore: cosa dire di quei ragazzi che avevano impresso il loro viso e la loro et‡ sui “fatti” avvenuti nelle varie citt‡ italiane? Giovani, poco inclini a sottostare alle regole consolidate – tollerate – della protesta, a volte aggressivi, sempre autonomi, che avevano associato antiche parole d’ordine a comportamenti solo loro. Avevano loro richieste? E in quale contabilit‡ politica andavano iscritte?

La prima risposta arrivÚ quando ancora i “fatti” erano in corso. Il 3 luglio – la mattanza non era ancora incominciata e si festeggiava la cancellazione del congresso –, in un fondino sulla prima pagina dell’“Unit‡” (Questi ragazzi sono meglio di noi), Aldo Tortorella: “Dal principio alla fine i giovani sono stati avanguardia”. Paternalismo e genuino stupore: bravi e sorprendenti questi ragazzi, scriveva Tortorella; primi da giorni nell’azione stradale, nell’animare i cortei e nell’intraprendere iniziative unitarie. In una societ‡ che offriva loro di scegliere unicamente tra diventare “teppisti” o “sacrestani” o “tecnici”, con i soli miti dell’americanismo, dell’individualismo e del “sesso”, i giovani avevano vinto una battaglia per la verit‡ e la vita che nessuno immaginava che mai avrebbero combattuto. Il loro simbolo, scriveva Tortorella era il ragazzo che in una foto di piazza De Ferrari sconvolta dalle cariche sta “con solo una pietra in mano”, e “non arretra”, davanti “a una muta di elmetti”.

La dirigenza comunista ebbe da subito la percezione che i fatti avrebbero potuto aiutare il partito a recuperare il vuoto generazionale seguito agli anni resistenziali. “L’Unit‡” diede molto spazio al protagonismo giovanile rivelatosi in quei giorni e l’organizzazione dei giovani comunisti, la Fgci, non fu da meno. Luigi Longo, vice segretario del Pci, nella sua relazione al Comitato Centrale pubblicata sull’“Unit‡” del 19 luglio, disse che era “venuta alla luce una insospettabile carica di collera e insofferenza” e Genova era stata “l’inizio di un movimento nazionale contro il rinascente fascismo e contro l’involuzione politica dei gruppi dirigenti”. Le giovani generazioni avevano di colpo svelato una coscienza dei propri diritti e una profonda esigenza di vivere meglio, pi_ liberamente, con pi_ sicure prospettive di avvenire. Quello che molti avevano letto come manifestazioni di irrequietezza e disordine erano in verit‡ indice di situazioni insopportabili dove esigenze sociali si mescolavano ad altre di ordine democratico. Ottimi motivi, aveva aggiunto Longo, che avrebbero spingere il Partito a darsi una smossa, cominciando a “dare prestigio ai militanti e ai dirigenti rivelati nella lotta”. Solo a loro si doveva il “sussulto nazionale che aveva portato la politica ad un nuovo livello”; e di nuovo a loro se in Italia era finalmente maturata la possibilit‡ di realizzare la legalit‡ costituzionale.

Sull’ingresso clamoroso dei giovani nella lotta politica intervenne anche Togliatti. Nel corsivo I giovani e l’antifascismo, presentazione del supplemento di “Rinascita” pubblicato a fine luglio 1960, scrisse che, grazie a loro, era stato possibile impedire che “un pericoloso disegno reazionario” andasse a segno. Alludeva cosÏ a qualcosa a cui fino ad allora i comunisti non avevano fatto alcun cenno – in pubblico, visto che invece tra loro ne avevano parlato eccome. Togliatti fu il primo – non poteva essere diversamente – a parlarne. “L’idea di un colpo di mano o per lo meno di una trasformazione dell’ordinamento politico in senso anticostituzionale, antidemocratico e autoritario –scriveva – Ë oggi penetrata profondamente tra le forze avanzate della reazione”. Il disegno – chiaramente e in pi_ occasioni illustrato da queste stesse forze – prevedeva in prima istanza la proibizione del Partito comunista e, successivamente, la messa in mora dei principali precetti costituzionali. Il piano di Tambroni rappresentava la prima fase del progetto: provocare e dominare la piazza con lo scopo di mettere a posto i comunisti; un disegno preciso – confermato dalla richiesta dello stato di emergenza dopo i fatti di Porta San Paolo – occultato da una rinfusa di provvedimenti populisti e favorito dalla presidenza della Repubblica.

Con la presa di posizione di Togliatti, i comunisti, che avevano sicuramente tardato a cogliere i rischi del governo Tambroni ma che appena se ne erano convinti avevano cercato di correre ai ripari (appello Merzagora e appello alle federazioni del partito di tenere il pi_ possibile sotto controllo il movimento), avevano messo le carte in tavola dando ragione della linea seguita. A sinistra perÚ le loro affermazioni furono accolte con pi_ di un sospetto: non Ë che sottolineando il rischio del colpo di mano reazionario i comunisti avevano inteso e ancora intendevano sbarrare la strada all’autonomia dei movimenti? I quali movimenti impadronitisi della parola antifascismo erano ben decisi a non farsi escludere dalla discussione sulla lezione che dai “fatti” doveva trarsi. Qual era stato l’obiettivo del movimento dell’estate 1960? Il fascismo del Msi? Il governo Tambroni appoggiato dal Msi? O la Dc che di quel governo era stata il cardine? O le ragioni che avevano portato i giovani in piazza erano ancora altre, sociali, economiche e restavano da scoprire? Infine la domanda che conteneva un po’ tutte le altre: chi davvero erano, cosa pensavano, cosa facevano i giovani che da tutti erano stati visti occupare con tanta determinazione le piazze italiane?

Il dibattito sui “fatti” non si sviluppÚ solo su giornali e riviste ma impegnÚ ovunque circoli politici e – specie tra i comunisti – le sezioni di partito. Non fu solo analisi retrospettiva ma si tradusse specialmente nella domanda come si doveva interpretare, raccogliere – i comunisti dicevano “incanalare” – la spinta possente della piazza. Tutti sentivano che l’eccezionalit‡ del momento, di quanto era stato vissuto, richiedeva lo sviluppo di iniziative adeguate, nuove. A Genova la discussione ebbe tra l’altro il vantaggio di svilupparsi in un clima significativamente diverso rispetto a quello di altre citt‡; sicuramente pi_ positivo. Intanto non c’erano stati morti; c’erano gli arrestati ma i poliziotti le avevano buscate e prefetto e questore avevano abbandonato l’arroganza per venire a patti e incassare la fuga del congresso. La battaglia – come diceva una canzone di quei giorni – era stata vinta a De Ferrari dove “i fascisti cu i stivali” eran stati presi a “priunË” (pietrate). A Genova la piazza aveva vinto: a piazza De Ferrari con gli scontri del 30 e non in piazza della Vittoria, il 28, con il comizio di Pertini. Il 30 lo sciopero indetto dalla CGIL, a sorpresa era andato in piazza e, a cose fatte, era risultato un momento di unit‡ (avevano aderito militanti delle organizzazioni che invece si erano tenute fuori) oltre che vincente. I cittadini che il 30 avevano conquistato la piazza, non l’avevano pi_ abbandonata. Anche nei giorni successivi l’avevano riempita, percorsa avanti e indietro affermando cosÏ, concretamente, il diritto alla libert‡ d’espressione e il legame tra questa e gli ideali dell’antifascismo.

Fino ad allora piazza De Ferrari era stata un tab_, rotto solo al tempo dell’attentato a Togliatti. A farne un tab_ aveva contribuito anche la presenza del Palazzo di giustizia, che proprio sulla piazza si ergeva, occupando gli spazi dell’antico palazzo del governo della Repubblica. E tab_ era rimasta ogni volta che le manifestazioni operaie del dopoguerra avevano cercato di raggiungerla anche in nome di motivazioni come la lotta contro la smobilitazione o i licenziamenti di quello o quell’altro stabilimento, che avrebbero potuto essere condivise dalla citt‡ intera. Invece niente da fare: operai sempre tenuti lontani, contenuti nei loro recinti a Sampierdarena, Sestri, Voltri, Bolzaneto; una lontananza dalla piazza non chilometrica ma morale. Si sapeva a volte – ma solo se si faceva parte degli addetti ai lavori o dei lettori della pagina locale dell’“Unit‡” – che gli operai avevano fatto un corteo o una manifestazione ma che erano stati caricati, arginati, deviati, impediti a raggiungere il centro citt‡. Gli operai erano fortissimi e tantissimi – era sottinteso –, ma in centro, a Genova, era impossibile vederli e siccome solo i comunisti sembravano parlarne per conoscenza diretta, veniva inevitabile accettare una sorta di sinonimia tra loro, i comunisti, e gli operai.

Ecco perchÈ, quando dopo i fatti anche a Genova ci si interrogÚ su chi fossero i protagonisti della piazza e chi avesse vinto la battaglia del 30 giugno, i comunisti avevano risposto con sicurezza: noi. Noi, il popolo a cui apparteniamo e che, attorno a un obiettivo sacrosanto come questo possiamo sollevare quando vogliamo. Il popolo tutto e non solo la classe operaia – di quella neppure se ne parla visto che ancora di pi_ siamo noi – anche se della manifestazione del 30 era stato il sindacato, la Camera del Lavoro, ad accollarsi la responsabilit‡ delle decisioni. Tutto vero salvo il fatto che la piazza aveva rivelato anche l’esistenza d’un popolo riottoso che aveva fischiato e in qualche caso malmenato i vari che qua e l‡ avevano arringato la folla dicendo che era finita, che era l’ora di andare a casa, che era gi‡ andata bene cosÏ. Sicuramente tra costoro dovevano trovarsi anche gli operai, gli stessi di cui il Partito comunista sosteneva d’essere l’unico partito a goderne la fiducia.

Ecco perchÈ i fatti del 30 giugno avevano confermato la convinzione di tutti che il popolo e quindi gli operai fossero sÏ rappresentati dai comunisti, ma non solo da loro e che proprio i “fatti” suggerivano che non ne possedessero l’esclusiva e che, comunque, il popolo, anche il popolo comunista, fosse pi_ autonomo di quanto i dirigenti comunisti lasciassero credere. E che pi_ che come occasionali licenze e libert‡, quelle che s’erano manifestate in piazza dovessero essere intese come contestazioni o comunque gravi incomprensioni della linea politica del partito.

La piazza del 30 giugno spingeva inoltre a riconsiderare gli schieramenti e i partiti per la capacit‡ o meno che essi avevano di stabilire rapporti con quella che in seguito sarebbe stata chiamata la societ‡ civile, in particolare col movimento, le sue iniziative politiche, le sue invenzioni. Non era solo o tanto per il clamore che aveva accompagnato i fatti e l’enfasi con cui venivano richiamati dai tanti che cercavano di appropriarsene, ma perchÈ si era fatta strada in alcuni – minoranza, si capisce, ma minoranza giovane e intellettualmente ferrata – che essi fossero la spia delle prime trasformazioni di una realt‡ fino ad allora ingessata. La piazza non invitava a pensare che la rivoluzione fosse possibile e la rivolta dietro l’angolo, ma che era iniziato il tempo in cui nuovi movimenti potevano crearsi, crescere, esprimersi autonomamente, aprendo varchi negli schieramenti tradizionali, ricreando, con la ricerca di nuove soluzioni, la passione per l’azione politica. I “fatti” avevano messo in mostra potenziali di autonomia e desideri di movimento fino ad allora sconosciuti; capaci di accelerare o addirittura innovare la dinamica politica fuori della logica degli accordi di partito e ostili a essere ricondotti sotto il grande ombrello che il Partito comunista andava offrendo.

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