Processo Thyssen. Il tribunale di Torino sentenzia: ‘manager assassini’. Altro che morti bianche…

Giuseppe, Rosario, Bruno, Antonio, Rocco, Angelo e Roberto, morti bruciati vivi nel rogo del 6 dicembre del 2007, hanno finalmente avuto giustizia.
Erano le nove di ieri sera quando, dopo una lunga giornata di camera di consiglio, la seconda corte d’assise di Torino presieduta da Maria Iannibelli ha dato lettura, in un’aula gremita e silenziosa, della sentenza di condanna. All’amministratore delegato della Thyssenkrupp, Herald Espenhahn, è stato riconosciuto l’omicidio volontario con dolo eventuale; agli altri cinque manager finiti sul banco degli imputati – ma assenti – la cooperazione in omicidio colposo con pene che vanno dai 10 ai 13 anni.
L’impianto delle accuse formulate dai magistrati portava a ritenere che Espenhahn avesse ‘accettato’ il rischio di un infortunio mortale all’interno della sua azienda e che abbia scelto, in vista dell’ormai decisa dismissione dello stabilimento torinese a vantaggio di quello di Terni, una ‘logica del risparmio economico’ che ha sacrificato la sicurezza dei lavoratori al punto di provocare la strage.
Quando la linea 5 dell’impianto di Corso Regina ha preso fuoco, la gran parte dei lavoratori era in fase di trasferimento e le condizioni di lavoro, nonostante i ritmi forsennati, erano al di sotto della
soglia minima di dignità. “Ci fu un’esplosione con qualcosa di anomalo: le fiamme diventarono
enormi, grandissime. Sembravano una grossa mano, un’onda anomala, si alzarono per qualche metro e poi sono come ricadute, l’esplosione fece un rumore sordo simile, anche se molto amplificato a quello che si sente quando si apre l’acqua calda e si accende la fiammella della caldaia a gas”.
Con queste parole, Antonio Boccuzzi, uno dei superstiti del rogo, ha raccontato durante una delle 82 udienze di questo processo, la dinamica di quella notte di dicembre. Lo stesso Boccuzzi che quando un corteo operaio ha attraversato le vie di Torino, pochi giorni dopo il rogo, sosteneva il padre disperato di una delle vittime che mostrava il titolo de ‘La stampa’: “Thyssen Spoon River”.
La Spoon River dei morti sul lavoro, che è destinata a cambiare e a segnare un passo determinante nella storia della giurisprudenza in fatto di incidenti e infortuni mortali. Lo stesso Boccuzzi, che quella notte, sentiva sciogliersi l’orecchio destro nel vano tentativo di aiutare i compagni che morivano, ha più volte raccontato che poche ora prima del rogo il lavoro sulla linea si era interrotto a causa di un principio di incendio: “Il 5 dicembre c’era stata una fermata dell’impianto, che si era bloccato per un problema legato ad una fotocellula. La linea ripartì a mezzanotte e mezza. Si sviluppò poi un incendio molto, molto piccolo. Ne avevamo visti di peggiori. Provai a spegnere le fiamme alte circa dieci-quindici centimetri con un estintore, ma era praticamente vuoto. Lo lanciai via stizzito, andai con Bruno Santino e Angelo Laurino (rimasti poi uccisi nel rogo, ndr) a recuperare una manichetta, la trasportammo fino all’innesto da cui doveva uscire l’acqua, io tenevo in mano l’innesto, a quattro-cinque metri dalla zona dell’incendio. Lo collegai – continua Boccuzzi – controllai che l’acqua uscisse riempisse la manichetta, poi tirai su la testa per vedere se l’acqua usciva dalla lancia, tenuta in mano da Roberto Scola, ma in quel momento ci fu un’esplosione e le fiamme divennero altissime”.
Ai tempi delle fabbriche tecnologizzate e della rivincita dell’ergonomia succede questo: che sette giovani muoiano avvolti dalle fiamme, strillando “Non voglio morire, Non fatemi morire”. Che noi che assistiamo possiamo ascoltarlo, dalle registrazioni dei Vigili del fuoco; che gli estintori fossero vuoti; che i compagni non avrebbero potuto spegnere quella mano di fuoco che ha bruciato i nervi, e il dolore fisico di sette operai, lasciando loro la lucidità di capire che stavamo morendo e come. Quello che si è concluso ieri, fino al momento della dura e liberatoria sentenza, era stato il processo dei risarcimenti dati dall’azienda a patto che le famiglie non si costituissero parti civili, ennesimo ricatto verso gli ultimi. Era stato il processo della guerra tra poveri, di operai corrotti dai padroni (leggi Cafueri, capo della sicurezza) per dichiarare il falso; per dichiarare, cioè, che venivano effettuati controlli di sicurezza, e che l’errore poteva essere stato umano. Era stato anche il processo delle ritrattazioni: un operaio ha rivelato che un ex superiore gli consegnò un foglio con alcune delle domande che gli sarebbero state rivolte durante l’udienza. “Disse che non voleva, così facendo, invogliarmi a testimoniare il falso, ma solo farmi ricordare meglio. Buttai via il foglio. Non mi sembrava giusto”. Era stato il processo delle imprese di pulizia chiamate a cancellare le tracce di quanto accaduto già il giorno dopo il rogo. Era stato il processo durante il quale il Governo ha tentato di emanare la norma salva manager. Ma alla fine è stato il processo nel quale il procuratore Guariniello ha chiesto ed ottenuto una condanna giusta ed esemplare che creerà un precedente di capitale importanza in un paese che ha assistito negli ultimi anni a una radicale deresponsabilizzazione dei padroni a danno del singolo lavoratore, delegittimato e umiliato, relegato al rango di macchina produttiva.
Certo, una sentenza in primo grado è solo un passo di una guerra che non è ancora finita e che anzi durerà a lungo. Lo sanno i pm e lo sanno i familiari. Ma questa sentenza dice qualcosa al paese, sottolinea il valore civile e sociale del sistema giudiziario. E’ la prima volta che viene riconosciuto il dolo eventuale in un caso di strage sul lavoro. Finora i giudici applicavano le stesse modalità utili nei procedimenti per gli incidenti stradali. E’ una condanna che diventerà emblema, tanto più che nella sentenza si legge che la ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni Spa è stata anche condannata al pagamento della sanzione di 1 milione di euro, all’esclusione da agevolazioni e sussidi pubblici per 6 mesi, al divieto di pubblicizzare i suoi prodotti per sei mesi, alla confisca di 800mila euro, con la pubblicazione della sentenza sui quotidiani nazionali «La Stampa», «La Repubblica» e il «Corriere della Sera».
La giustizia sta dicendo al paese che i ruoli non devono confondersi. Che mette i padroni italiani di fronte alla certezza che la sicurezza sul lavoro non dipende da ‘chi si vuole bene’ come vorrebbe la
propaganda paternalista e ignobile del Ministero del Lavoro, ma da chi ha la responsabilità di tutelare la vita umana prestata – momentaneamente – alla produzione.
Con questa sentenza il tribunale di Torino ricorda al paese che il rispetto per il lavoro e per i lavoratori è al centro del sano sviluppo di una società e che sette giovani non possono, non devono entrare in un’acciaieria tacendo ogni giorno le condizioni inumane in cui il ricatto della disoccupazione li pone e poi uscire, un giorno più sciagurato degli altri, in posizione orizzontale, con i corpi dilaniati dalle fiamme e il respiro che si spegne poco a poco mentre sussurrano “Non voglio morire”.

Francesca Mannocchi, Radio Città Aperta

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: