Una buona assemblea sul 15 ottobre ed altre cosette.

Domenica 13 novembre, si è svolta a Roma l’assemblea “14 dicembre-15 ottobre. Figli della stessa rabbia”, un incontro per valutare l’impatto, sociale e mediatico, di esplosioni di rabbia e ribellione sempre più frequenti nelle nostre città e altrove. Il dibattito, organizzato da Comunisti per l’Organizzazione di Classe, Combat, Rossa Gioventù, è stato particolarmente partecipato, a testimonianza dell’esigenza diffusa di confrontarsi su temi così sentiti. Un centinaio di persone presenti, un pubblico molto eterogeneo: da ragazzi dello stadio, agli “indignados” accampati in piazza Santa Croce in Gerusalemme, passando per “gente normale”, immigrati, abitanti del quartiere, studenti delle scuole vicine, strutture politiche (Libertari San Lorenzo, Militant, C.A.R.C., Pane e Rose, Che Fare-O.C.I., Battaglia Comunista, Programma Comunista, Iliria-Lega Immigrati Albanesi, N+1) e vari e valenti compagni “sciolti”, fra cui un compagno interno al comitato promotore della manifestazione del 15 ottobre, individualità anarchiche, compagni dell’area internazionalista, e qualcuno dei centri sociali e del movimento antagonista. Il dibattito è stato acceso, molto partecipato, anche dai “non politici”, e di qualità. Evitando di fossilizzarsi sulla giustificazione o meno della violenza, argomento di cui comunque si è parlato, si è tentato di analizzare i momenti più o meno spontanei di accentuata conflittualità sociale, individuando i soggetti di riferimento e cercando di “guardare oltre” la giornata del 15 ottobre. E’ stata, infatti, diffusamente espressa una profonda esigenza organizzativa. Per quanto riguarda le valutazioni sulla manifestazione, è emersa da parte di molti la consapevolezza dell’emergere di un nuovo soggetto conflittuale, che il “movimento” non riesce a intercettare, cogliere, rappresentare. Anzi, sin dalla manifestazione, con le aggressioni ai “violenti”, ai “teppisti”, è stato evidente un vero e proprio iato tra quella parte, da subito definita “colpevole”, “violenta”, “teppa” ( per es. Repubblica, che dopo aver inventato il fenomeno blackblock ne ha dato anche il profilo psichiatrico, chiamandoli “sociopatici”) e quella pacificatrice delle strutture promotrici, dei sindacati, della politica che ancora ritiene il sistema riformabile, che, oltre alla consueta opera di pompieraggio sociale e di diminuzione del conflitto, ed all’altrettanto consueta fiducia nelle istituzioni e nella politica di palazzo, si è spinta ad operare vere e proprie delazioni: armati di telefonini e macchinette fotografiche, arruolati da Repubblica, cittadini “per bene” non hanno esitato a collaborare a quella che è stata una vera e propria caccia alle streghe. Ci sono state, comunque, anche “voci fuori dal coro”: alcuni compagni, parte dei quali su posizioni pacifiste, hanno espresso il rammarico di non aver potuto sfilare. Le risposte sono state che, più cresce la conflittualità nella società, e, di conseguenza, più la piazza diventa “calda”, e meno sarà possibile manifestare pacificamente (logicamente, tale affermazione è intesa come tendenza, non come un dato assodato nè automatico), in primis per opera della stessa repressione statale, e di questo cambiamento generale di contesto, bisogna prenderne atto, tutti, anche i compagni pacifisti. Si è anche parlato dell’autoreferenzialità dell’autonominato “movimento”, cioè quell’insieme di sindacati più o meno di base, di centri sociali, di collettivi, Organizzazioni, partiti e partitini, gruppi e gruppetti, che, da quelli più moderati a quelli più radicali, quando non adirittura “rivoluzionari”, in linea di massima non rappresenta che loro stessi. Il compagno che è stato interno al comitato organizzativo della manifestazione del 15 ottobre, allora, partendo da una differenziazione fra il 14 dicembre ed il 15 ottobre (a suo modo di vedere riguardo a condivisione degli obiettivi dello scontro, partecipazione a tali scontri e risposta dell’ opinione pubblica), ha fatto notare che le decisioni del comitato promotore nel corteo sono state sovvertite: si era deciso che San Giovanni doveva essere la piazza pacifica, che invece ai fori imperiali, ognuno con le sue modalità, avrebbe cercato di violare la zona rossa (quindi, presumibilimente sarebbero dovuti accadere dal quel momento i tafferugli), e che prima il corteo sarebbe dovuto essere pacifico, mentre in realtà è successo il contrario (dall’inizio della manifestazione ci sono state azioni “violente”, il tutto è esploso a San Giovanni e nulla è successo ai fori). Si è risposto ribadendo il concetto di fondo che, se tale movimento non è rappresentativo, quindi non intercetta, per esempio, il malessere dei quartieri proletari e periferici, non ha la credibilità per “imporre” le proprie scelte. Alcuni hanno aggiunto che, partendo dal giusto spunto di riflessione del compagno del comitato promotore, bisogna interrogarsi su come far dialogare le varie anime che popolano la piazza, senza delegittimazioni reciproche. Si è allora ipotizzato che, se il “movimento” avesse avuto l’autorevolezza di eleggere ad obiettivo da “colpire” il parlamento, avrebbe evitato la frizioni fra pacifisti e “violenti”, ed avrebbe riscosso ben più simpatia nell’opinione pubblica (vista la diffusa “antipatia” verso la “casta” dei politici); un po’ come successo in Val di Susa: essendoci un movimento rappresentativo (veramente!) della popolazione, c’è un reciproco rispetto fra le varie anime, senza che nessuna si contrapponga all’altra. Ma per arrivare a tal punto, e si ritorna al nocciolo della questione, c’è bisogno che il movimento sia espressione della classe e dei settori sociali che intendono manifestare, non di una sola sua parte, od addirittura (come più spesso accade) di nessuna. Continuando, poi, a parlare della giornata in sé, dei fatti, dei percorsi del corteo, c’è chi ha sottolineato che quel che accade in piazza, il livello dello scontro, viene innalzato fino al punto in cui le forze di polizia lo “concedono”. C’è chi invece è fiero di chi ha tenuto la piazza per un intero pomeriggio, tra la sorpresa del comitato promotore e il disorientamento delle forze di polizia. C’è anche chi fa notare che sono momenti importanti di crescita, per i giovani militanti, per i simpatizzanti incerti, per i ragazzi di quartiere che hanno ben motivo di essere rabbiosi, ma puntualizza: “sono momenti di organizzazione, di palestra, di prove anche per ‘l’altra parte’, e che finché questi episodi, spontanei, non entreranno realmente in contatto col mondo del lavoro saranno ridotti, dalla società dominante, a valvole di sfogo…” Si discute del coinvolgimento, mancato o presunto, della classe lavoratrice. C’è chi racconta di non aver sentito altro, sul proprio posto di lavoro, che commenti negativi su tali fatti. C’è chi dice che, viceversa, nelle periferie, al bar come sull’autobus, i medesimi fatti erano stati accolti con simpatia e solidarietà, anche da parte di persone non politicizzate, non appartenenti a strutture, ma comunque decisamente “arrabbiati”. Si è parlato allora di una sorta di prossima generalizzazione della rabbia della classe lavoratrice. All’orizzonte, infatti, da un momento all’altro, esploderà un attacco durissimo alle sue condizioni di vita e di lavoro, e due sono le alternative: od una risposta dei lavoratori o la guerra vera e propria. Il problema rimane per noi la progettualità, considerando anche che il mondo del lavoro, schiacciato tra il controllo del sindacato e decenni di sconfitte, potrebbe non “svegliarsi” in tempo. Tutti gli intervenuti hanno espresso l’urgente bisogno di organizzazione. Ma non basta dirlo, sottolinea un compagno, bisogna “affilare la lama”, bisogna cominciare a parlare di questa organizzazione (con la “O” maiuscola e minuscola), di cosa sia (Partito o meno), e cominciare realmente a metterla in piedi. Nel giro di 5 anni, infatti, il contraccolpo che subiranno i lavoratori ci potrebbe mettere di fronte a qualcosa di inedito. Siamo capaci nel giro di 5 anni di aver “affinato il tiro”? Diversi compagni mettono in guardia di non abbandonarsi a facili ottimismi. Le giornate di lotta, è storicamente dimostrato dai cicli “ondivaghi” della storia, portano con sé il reflusso. Di fronte alla messa a rischio totale del lavoro salariato, tra sindacati di stato e sindacati autonomi, assistiamo a continui “scioperini”, slegati fra di loro. Il panorama delle lotte vertenziali è deprimente. Di fronte a espressioni di rabbia sociale, esplosioni come quella del 15, la classe lavoratrice rimane praticamente passiva, intorpidita anche dalla frammentazione sindacale – e forse è proprio il sindacale a essere insufficiente -. “Per noi”, dice un compagno, “il 15 va oltre la contingenza, il mero dato presente, perché ci ha dato una lezione; ecco i fatti: una giornata nata sotto lo slogan ‘solleviamoci’ è stata ritradotta in Italia col motto ‘per un’altra Europa, per un’altra Italia’, e quale forse? L’Europa dei valori e L’Italia di Monti? Molte persone non hanno digerito questo rospo, e l’hanno dimostrato. Poi però dicono che bisogna superare la divisione tra buoni e cattivi, metterci tutti insieme, parlano di unità…” Un compagno albanese ripercorre i fatti di gennaio a Tirana quando è scesa in piazza l’opposizione, chiamata dal partito socialista. Il corteo si è mosso autonomamente dalle linee stabilite e la repressione è stata durissima, ci sono stati 4 morti. Conclude: “Ma in quella situazione è stato chiaro chi fossero ‘gli avvoltoi’, come noi chiamiamo le parti opportuniste che sperano di appianare i conflitti. I momenti in cui esplode la rabbia generalizzata sono delle cartine di tornasole delle demarcazioni amico-nemico, diventa immediatamente evidente chi sono i nemici del popolo.” Qualcuno dice che il problema scottante da affrontare è che neanche noi, i comunisti, allo stato attuale delle cose siamo in grado di “egemonizzare” o comunque intercettare pienamente quest’ondata di rivolta. La crisi pone dei problemi che la lotta pacifica evidentemente non è riuscita a affrontare. Ma neanche quattro sassi lanciati sono in grado di rovesciare in maniera adeguata i rapporti di forze. Sulla difficoltà di indirizzare e organizzare la rabbia generalizzata interviene un compagno per molto tempo coinvolto in prima persona nelle lotte degli operai e dei disoccupati fra Napoli ed Acerra: “È importante mettere in pratica azioni che rispecchiano il sentire della massa, che siano sentite come inevitabili, necessarie…” L’assemblea, quindi, che ha visto una grande partecipazione, decine di interventi, un confronto franco ed aperto, e perciò a tratti anche aspro (ma non quanto la delicatezza dei temi poteva far aspettare), anche se nel rispetto di tutte le posizioni e di tutti i compagni, ha espresso le seguenti esigenze generali: entrare in contatto più stretto con quelli strati definiti dai giornali “la teppa”, e anche con quei simpatizzanti che, dai quartieri seppur senza andare alla manifestazione hanno guardato con favore agli accadimenti del 15. Sono questi il settore di cui si può dire che “hanno esitato questa volta” e che saranno con noi domani, mentre l’altra parte, i “paci-finti”, i vendoliani, tutti coloro i quali all’inizio del corteo cercavano di “isolare i violenti”, in qualche caso consegnandoli alle forze dell’ordine, loro sì devono farci “paura”, ma per lo meno ora, oggi più che mai, li possiamo riconoscere come nemici. È stata espressa la necessità di smetterla di “chiacchierare” e tornare alla semplicità dei fondamenti. Le forze ci sono, e la capacità dimostrata il 15 di tenere lo scontro per cinque ore lo dimostra, ciò che manca è una solida base teorica ed organizzativa. Bisogna riscoprire la semplicità della lettura materialistica, riscoprire che l’analisi marxiana del capitale è oggi più che mai valida, e lì trovare anche la strategia per abbatterlo. Ci scusiamo, infine, per l’inevitabile approssimazione e lacunee con cui abbiamo riportato i vari interventi, sperando di non aver fatto torto a nessuno: non è stata nostra intenzione stravolgere il pensiero e meno che mai “censurare” i compagni intevenuti, al quale va il nostro sincero ringraziamento per la buona riuscita dell’iniziativa e per l’appassionata partecipazione al dibattito. Ribadiamo, comunque, a scanzo di equivoci, che l’assemblea, se ha avuto una linea generale abbastanza omogenea, su temi di non poco conto (fra i vari: legittimità delle scelte di piazza del comitato promotore, dialettica pacifisti-“violenti” ed efficacia delle rispettive forme di lotta, rapporto fra Organizzazione/Partito-spontaneità, partecipazione della classe proletaria, ripercussione sull’opinione pubblica, financo ai numeri della manifestazione in sè e di coloro i quali hanno partecipato ai tafferugli, che sono variati da “poche centinaia” a “molte migliaia”), ha avuto non poche posizioni dissonanti. Invitiamo, allora, coloro che volessero, a mandarci rettifiche o qualsiasi genere di contributo aiuti a chiarire meglio la loro posizione, od a renderli pubblici direttamente, in modo da contribuire ancora al dibattito. Grazie ancora. COMUNISTI PER L’ORGANIZZAZIONE DI CLASSE, COMBAT, ROSSA GIOVENTU’

fonte: http://lombardia.indymedia.org/node/42322

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