UN VIAGGIO ATTRAVERSO LA PALUDE MALEODORANTE DELLA “MEMORIA CONDIVISA”: LA FOIBOMANIA

UN VIAGGIO ATTRAVERSO LA PALUDE MALEODORANTE DELLA “MEMORIA CONDIVISA”: LA FOIBOMANIA

foibomania

La storiografia moderna si è riempita di pidocchi revisionisti che pretendono di cambiare gli accaduti, la memoria, la toponomastica, i libri di testo […] “I morti -diceva Pavese- sono tutti uguali, partigiani e repubblichini” tutti travolti dal fato. Ma non erano uguali le loro storie, le loro idee.
La pietà è una cosa che fa parte del sentimento umano, solidale ma la pietà per le idee non ha senso, non si può avere pietà per le idee barbare, assassine, non si può revisionare l’orrore, si può al massimo dimenticarlo.

– Giorgio Bocca.

Cosa ha spinto, negli ultimi anni, una certa area politica a strumentalizzare un avvenimento di secondo piano, il cosiddetto eccidio delle foibe, sezionandolo accuratamente dal contesto storico d’appartenenza, gonfiandone fino all’inverosimile la portata, sovrapponendolo artatamente, in sede di elaborazione storiografica, ad avvenimenti successivi di ben più grande portata?
Non è sicuramente estranea a questa operazione l’ossessione che, da oltre 15 anni, la Destra (più o meno fascista) manifesta nervosamente: giungere alla tanto agognata pacificazione nazionale (fascismo/antifascismo) su basi paritetiche.

Sono passati tanti, troppi anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, il ricordo di quell’enorme sciagura per il nostro paese è andato facendosi sempre più vago, molti testimoni diretti sono morti, taluni preferiscono dimenticare, altri ancora (quella sinistra, in primis, che siede in parlamento e tanto assomiglia alla sua controparte politica) prediligono le convenienze tattiche di oggi alle ragioni di ieri. E’ questo il clima in cui la destra lancia la sua offensiva sulla memoria, il fenomeno mediatico delle foibe diventa l’utile grimaldello attraverso cui scardinare i pilastri della storia migliore di questa Nazione: la lotta partigiana. Se l’affare foibe si trasforma nel punto massimo di frizione tra italiani e slavi, se i partigiani titini hanno compiuto un’immane pulizia etnica, infoibando in Istria e Dalmazia donne e bambini innocenti colpevoli solo di essere italiani, se le forze partigiane italiane hanno, in seguito, sottaciuto questo crimine in ossequio ad un insano legame ideologico con i comunisti slavi; se, in ultimo, il terrore di nuove infoibazioni di massa ha prodotto, con un legame diretto causa/effetto, l’esodo dei giuliano dalmati dopo la guerra; se tutto questo FOSSE vero e percepito come tale, come fatto storico incontrovertibile, allora sarebbe più facile dimostrare come “tutti sono uguali”, come in realtà ai patrioti della Resistenza non spetti, nel ricordo, alcuna superiorità morale sui nemici in camicia nera.
Ma veniamo ai fatti.
Già da prima della Grande guerra il movimento nazionalista italiano (un valido modello, secondo reciproca ammissione, per quello che sarà il fascismo dal 1921), notoriamente legato a doppio filo con influenti ambienti industriali e bancari (vedi Oscar Sinigallia e Giovanni Giuriati) mostrava grande interesse per l’Istria e la Dalmazia. Un interesse che potremmo definire senza mezzi termini di tipo coloniale ed espansionistico (gli salvi erano considerati un popolo inferiore): per il controllo dell’Adriatico quale precondizione per una politica egemonica dell’Italia nel Mediterraneo orientale. Scriveva in proposito il nazionalista triestino Attilio Tamaro:

Un rapporto di potenza, un equilibrio nazionale tra slavi ed italiani nell’Adriatico non si formano, non trovano elementi stabili, non si fondano su basi durevoli che in Dalmazia. Chi possiede la Dalmazia regola a suo favore quel rapporto politico e quell’equilibrio nazionale dell’Adriatico. Se l’italianità della Dalmazia rimane soggetta o soggiace agli slavi, non solo cessa di vivere la sua vita nazionale ed ideale una parte della Nazione italiana, non solo passa in dominio straniero un immenso patrimonio spirituale e politico ereditariamente spettante all’Italia, ma essendo risolto a favore degli slavi –croati o serbi- l’equilibrio nazionale dell’Adriatico orientale, l’Italia perde le basi della sua preponderanza

Non bisogna dimenticare (ma soprattutto occorre ricordarlo agli attuali foibomani che non perdono occasione per sbandierare il loro presunto patriottismo) che questi signori pur di raggiungere i loro obiettivi si dichiaravano disposti a sostenere la guerra al fianco degli imperi centrali, ai nemici giurati, cioè, dell’idea stessa di patria libera, del principio di nazionalità e autodeterminazione dei popoli e, nello specifico, all’odiata Austria cui soggiacevano da secoli le terre irredente della Venezia Giulia.
La storia avrebbe preso un’altra piega e i nazionalisti, per ragioni tattico-propagandistiche, si sarebbero accodati alla crociata dell’interventismo democratico.
Ma dopo la guerra, i propositi nazionalisti avrebbero, comunque, trovato un valido corroborante nell’irresistibile avanzata del fascismo mussoliniano. Cominciava così l’opera di totale annientamento dell’identità culturale e nazionale croato slovena nella Venezia Giulia. Al corollario rappresentato dalle azioni terroristiche messe in atto dalle squadracce fasciste (si vedano ad esempio la distruzione del Narodni dom a Trieste e l’uccisione, a Struggano nel 1921, di due bambini e il ferimento di altri 5 ad opera di alcuni fascisti che si erano divertiti a sparargli contro da un treno) si sostituiva poi, col trionfo del fascismo-regime, un opera di sistematica discriminazione e segregazione razziale delle componenti slave della cittadinanza: italianizzazione forzata delle scuole, allontanamento dei professori slavi, interdizione dai posti di pubblico impiego, soppressione di associazioni culturali e partiti politici. Con questi sistemi il fascismo governava la Venezia Giulia. Sarebbe tuttavia limitante non tenere conto del fatto che il fascismo governava, affidandosi a dinamiche simili (seppur in diversi contesti), anche il resto d’Italia. Una dittatura quella fascista, sarebbe bene non scordarlo, che si era imposta, col decisivo sostegno della grassa borghesia latifondista e industriale, versando copioso il sangue di operai, contadini e antifascisti italiani. Quando nel 1927 il tristemente noto Tribunale speciale dava inizio alla sua azione di controllo e repressione delle attività antifasciste anche nel nord-est, avevano inizio rappresaglie, persecuzioni e fucilazioni il cui bersaglio non erano solo gli odiati slavi ma anche quegli italiani attivamente ostili al regime. Dodici anni dopo, lo scoppio del secondo conflitto mondiale. Mentre decine di migliaia di soldati italiani venivano mandati al macello su diversi fronti di guerra (compreso quello iugoslavo), per le smanie mussoliniane di accodarsi alle deliranti campagne annessionistiche di Hitler, il vile generale Mario Roatta (criminale di guerra impunito, riconosciuto dal tribunale preposto, responsabile della mancata difesa di Roma dopo l’8 settembre, condannato all’ergastolo ma “miracolosamente” riparato nella Spagna franchista) agente del servizio segreto fascista, divenuto nel marzo 1942 comandante della 2° armata in Slovenia e Dalmazia, emanava precise disposizioni (circolare 3C) per reprimere la Resistenza partigiana “senza false pietà”, ordinando di fucilare sul posto i partigiani, armati o meno e quindi anche solo supposti di essere tali, catturati. Seguivano nuove violenze ed esecuzioni, sconsiderate e arbitrarie, contro una parte della popolazione civile.

Arriviamo quindi allo snodo fondamentale dell’8 settembre 1943 e alla questione foibe nello specifico. Alla proclamazione dell’armistizio seguiva un breve periodo d’interregno titino (un mese all’incirca) nella penisola istriana. Alcune centinaia di fascisti venivano giustiziati, spesso per mano popolare, e gettati nelle foibe (pratica questa, comunque, precedentemente inaugurata dai fascisti come testimonia la foiba di Bassovizza). Rispetto a questi avvenimenti, oggi, certa storiografia prezzolata fa lievitare il numero dei caduti ad alcune migliaia di unità, includendo nel computo anche gli infoibati antifascisti e i caduti civili per i bombardamenti nazisti, gettati nelle cavità carsiche (lo stesso metodo di calcolo iperbolico è applicato al secondo fronte bollente della questione foibe, quello relativo ai 40 giorni di occupazione di Trieste ad opera dell’armata partigiana iugoslava nel maggio 1945).
Gli storici vicini alla destra ci parlano, dunque, di migliaia di vittime, eppure a smentirli, sono, innanzitutto, le fonti fasciste di ieri, quelle coeve agli avvenimenti trattati! In seguito al ripristino dell’”ordine” nazifascista (RSI) nella zona, il maresciallo Harzarich riceveva, nell’inverno ’43-’44, il comando di guidare le esumazioni dalle foibe. Nel suo rapporto si parla di poche centinaia di fascisti infoibati. Sempre per rimanere in tema di cifre, secondo il federale dell’Istria Luigi Bilucaglia il numero dei fascisti infoibati (con relativa e dettagliatissima documentazione) in Istria, tra il settembre del ’43 e l’aprile del ’45, era da considerarsi nel numero di 500 unità.

Perché la destra, così bramosa di rintracciare nelle pieghe della storia un genocidio italiano nella Venezia Giulia, non ci racconta di quante migliaia di soldati ITALIANI vennero uccisi o deportati nei lager nazisti dalle forze della RSI dopo l’ottobre 1943? Perché non ci informa su come, nello stesso periodo, 13 MILA istriani vennero giustiziati (come riportato dai giornali dell’epoca) senza alcuna pietà dagli assassini nazifascisti? Perché non ci fa un bell’elenco dei villaggi rasi al suolo dalle truppe della croce uncinata? Perché non ci rammenta di come, grazie alla confluenza nell’Armata popolare di liberazione iugoslava, migliaia di soldati italiani, sbandati a causa della vigliaccheria dei loro comandi, ebbero salva la vita?
Ha significativamente affermato Tomislav Ravnic, segretario della sezione istriana dell’Unione dei soldati antifascisti della Croazia:

Quando nel 1943 abbiamo catturato 15 mila 800 soldati italiani, non gli è successo nulla. Avevamo un rapporto umano nei confronti dei prigionieri italiani. E’ per questo che dico a Berlusconi, a Fini e compagnia che dovrebbero inchinarsi di fronte ai nostri soldati che hanno salvato migliaia di persone. I PARTIGIANI NON HANNO UCCISO GLI ITALIANI MA I FASCISTI che sono stati condannati dai Tribunali militari.

La storia, si sa, non è più oggetto esclusivo di una lettura secondo schemi ideologici prestabiliti, si aprono e sono aperti da alcuni anni, nuovi, stimolanti, campi di ricerca. Alla destra nostrana, così affaccendata alla ricerca di un martirio collettivo di esclusiva italianità, tanto da giungere al parossismo con la “questione foibe”, ci permettiamo di ricordare il sacrificio sublime e pieno di onore dei soldati della Divisone Acqui. 9.640 italiani caduti in parte combattendo, dopo l’8 settembre, i nazisti tedeschi fino all’ultima pallottola, sulle isole di Cefalonia e Corfù, o morti in seguito alla deportazione nei campi di concentramento. Per chiudere, un piccolo inciso: i pochi sopravvissuti della divisione (che contava 11 mila 500 soldati e 525 ufficiali) ebbero salva la vita collegandosi ai partigiani greci e costituendo il raggruppamento autonomo dei Banditi della Acqui.

L’Ardito rosso

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