EAT THE RICH! Che i sacrifici li facciano i padroni

Nelle manifestazioni di Wall Street, per le strade di Londra, nelle piazze spagnole, si legge ovunque una scritta: “Eat the rich!”, “Mangia il ricco!”… Questo slogan esprime, in maniera embrionale, una coscienza di classe ed una coscienza internazionalista: noi sfruttati del mondo non abbiamo più nulla, eppure siamo la stragrande maggioranza; se stiamo così male è colpa dei ricchi, cioè degli speculatori, dei politici, dei padroni, di un’infima minoranza della società che se la spassa; con loro non c’è conciliazione possibile: ce li dobbiamo mangiare, li dobbiamo annientare, ci dobbiamo riprendere quella ricchezza che produciamo ogni giorno…Questo grido non va affatto trascurato. Da un lato infatti la crisi del capitalismo è manifesta, e la difficoltà a governare le sue contraddizioni è sempre più evidente. Da un altro lato però nulla cambia perché manca un’opzione alternativa davvero credibile, e quindi una forza politica che sappia muovere le masse e portarle ad una rottura. Questa mancanza non ci deve stupire né deprimere: una forza rivoluzionaria non la si inventa dall’oggi al domani, soprattutto dopo trent’anni di scientifica distruzione dell’ipotesi comunista, mentre ancora oggi riformisti e venduti di ogni tipo si aggirano nelle nostre piazze, aspirando a qualche poltrona.

Bisogna muoversi da subito, perché siamo di fronte a un formidabile attacco, una “svolta” storica guidata dal grande capitale, che punta a cancellare diritti, a tagliare i salari, a privatizzare e mercificare ogni ambito di vita. Ma, insieme ai grandi pericoli che corriamo, intravediamo anche grandi opportunità, e forse dobbiamo sapere rilanciare, di fronte ad un pubblico che ora è più ricettivo che mai, perché ormai ha ben poco da perdere, la nostra prospettiva di cambiamento radicale. Non possiamo pensare che basti una data-evento, o un solo autunno, per rovesciare rapporti di forza che ci vedono schiacciati, ma da questi dobbiamo iniziare con forza e convinzione.

Certo, bisogna muoversi da subito, perché siamo di fronte ad un formidabile attacco – una “svolta” storica guidata dal grande capitale, che punta a cancellare diritti, a tagliare i salari, a privatizzare e mercificare ogni ambito di vita – ma non possiamo pensare che basti una data-evento, o un solo autunno, per rovesciare rapporti di forza che ci vedono schiacciati. D’altra parte, mentre si aprono per noi grandi rischi, intravediamo anche grandi opportunità, e forse dobbiamo sapere rilanciare, di fronte ad un pubblico che ora è più ricettivo che mai, perché ormai ha ben poco da perdere, la nostra prospettiva di cambiamento radicale.

Quindi per cosa ci dobbiamo mobilitare nell’immediato? Non per un nuovo governo, magari tinto di “arancione”, che non potrebbe che seguire le direttive della BCE… Ma per: a) avviare mobilitazioni in ambiti lavorativi finora inerti o portati alla mediazione; b) far sedimentare elementi di coscienza di classe; c) accumulare forze a tutti i livelli; d) avviare così processi ricompositivi, andando oltre i soliti ambiti di movimento o le alchimie tattiche dei microgruppi. Per fare tutto ciò bisogna costruire sui territori, e sin da subito, opzioni politiche di rottura, poco ideologiche e molto concrete, che sappiano parlare e soprattutto coinvolgere il nostro “blocco sociale”.

È in questo senso che intendiamo rilanciare il grido “Eat the rich!”, che non è solo un’offensiva mediatica e comunicativa, ma anche una proposta operativa nel paese in cui i patrimoni privati sono addirittura più ingenti di quelli di Francia e Germania. Non si tratta solo di definire bene chi sono gli amici e chi nemici, di avviare una campagna d’odio verso i ricchi perfettamente contrapposta a quella che loro ci fanno ogni giorno dai giornali, a quella violenza “invisibile” che ci impongono con i diktat del mercato: si tratta soprattutto di sperimentare percorsi, di continuare quelli già avviati, inserendoli però in un quadro più complessivo di riappropriazione, sfruttando tutte le contraddizioni del blocco dominante (avete presente la retorica di De Magistris e Pisapia?), dimostrando che le cose possono cambiare solo con la lotta, e non con gli accordi al ribasso.

Gli interventi possibili sono tanti, anche a livello locale: dalla questione-casa (facciamo pagare una tassa a palazzinari e rentiers!), ai trasporti (introduciamo tariffe agevolate per le fasce sociali disagiate), dai diritti del lavoro (imponiamo controlli sul lavoro a nero), alle “manovre” comunali (introduciamo una “carta sociale” che in base al reddito dia l’accesso gratuito o quasi ai servizi essenziali, o costringiamoli a pubblicare in rete la dichiarazione dei redditi dei cittadini, permettendoci così di scoprire chi è che fa il furbo e “sanzionarlo”)…

Abbiamo provato a spiegare meglio il senso di questa campagna sui nostri siti. Questa non è l’ennesimo comitato, rete, intergruppo, e non toglie nulla ai percorsi di ognuno, ma cerca anzi di potenziarli, perché di tanti rivoli si possa fare un fiume in piena. Anche per questo vi invitiamo a rilanciare “Eat the rich!”, a farci avere commenti e critiche, a fare circolare questo messaggio ovunque: in fondo dice una cosa che è di tutti…

Collettivo Autorganizzato Universitario – Clash City Workers

 

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