Il lavoro è affar loro è la vita che è nostra

Il lavoro è affar loro è la vita che è nostra

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I mezzi materiali per vivere sono quello che subito, intanto, vogliamo conquistare con la lotta. Il dilemma “o il lavoro o la salute” non significa nulla, il lavoro ci ha sempre divorato la vita. Il lavoro è affar loro è la vita che è nostra: i mezzi materiali per viveresono quello che subito, intanto, vogliamo conquistare con la lotta. Il dilemma “o il lavoro o la salute” non significa nulla, il lavoro ci ha sempre divorato la vita.

 

 

[Pubblichiamo qui di seguito questa lettera redatta dai “tendisti di Pomigliano”, varie articolazioni dei Cobas campani e compagn* napoletan*. A partire dalla loro esperienza, si stanno mettendo in viaggio verso Taranto per distribuirla come volantone. La pubblichiamo perché dice cose molto semplici e sensate che non avevamo ancora avuto modo di sentire sulla vicenda-Ilva e più in generale sul ricatto “Salute vs Lavoro”. La prima parte è un editoriale-intro, la seconda è la lettera vera e propria].

 

Pomigliano d’Arco/Taranto, 12-13 10 2012 Quella che segue è una prima letter’aperta, portata ‘di presenza’, a viva voce, a mano (nella forma di un “Volantone”) alle genti in movimento, i “cordoni”, le fraterne ‘catene umane’ di un corteo. Corteo, quello di oggi, momento di insorgenza liberatoria, di respirazione, di libertà nelle strade di un’antica città “tarantolata” dai veleni, dai fumi della produzione industriale, dell’attivitò umana coatta nel corsetto asfissiante, nel letto di Procuste del lavoro, in questo caso salariato. Lavoro, attività ‘sotto padrone’, pubblico o privato che sia, pubblico e privato ; attività sotto comando, gerarchia ; energia, forza di vita, potenza creatrice “vampirizzata”, aspirata, succhiata e ruminata e risputata fuori come merce, «lavoro trascorso», cristallizzato, ossificato, fossilizzato, mortificato, morto, che «si erge come un incubo», estraneo, alieno, ostile (in qualche caso ‘oscuro oggetto di desiderio’ sempre frustrato, di spasmo da dipendenza, quasi non più «bene di consumo», ma avvelenato come la droga, come il cibo per il soggetto bulimico, in cui il consumo è spasmo senza soddisfazione e piacere possibile, come uno stato di frustrazione continua ; in altri casi «bene di produzione »incomprensibile, spesso portatore di morte, nelle forme più diverse : ché ciò che regola il tutto è l’astrazione del profitto. Astrazione – terribilmente concreta negli esiti di sfiguramento della vita – dell’accumulazione infinita di denaro – di capitale –, di ulteriore comando, dispotismo sulla vita d’altrui, in una spirale viziosa mossa da principio gerarchico, dalla forza brutale, come principio attivo, del «narcisismo primario», «istinto di conservazione», «spirito » in realtà non già (come nella teorizzazione degli ideologhi dell’utilitarismo costituito come «scienza economica», «economia politica») «animale», che sarebbe mosso dall’istinto geneticamente trasmesso di conservazione della specie, ma bensì proprio della «razza umana», specie di «esseri parlanti specializzati nella parola» epperciostesso «pericolosi, ché hanno concepito l’io e l’altro, con tutte le conseguenti coppie dualistiche, l’angoscia del tempo, del senso, dei perché, la morale e la dialettica della colpa…, dunque non più naturaliter predatori, ma predatori individualistici, egotici, autocentrati, bisognosi di alibi di falsa coscienza, di esportazione proiettiva della colpa, e soprattutto senza capacità di autolimitazione da sazietà, ché la passione – nella fattispecie per il denaro, nella sua astrattezza – diventa insaziabile, scimmia sulla schiena, pulsione tossicomane e bulimica che non conosce il limite dell’autoconservazione della specie e, sganciata da ogni ancoraggio a bisogni e anche desideri il cui principio di realtà è quello di poter esser soddisfatti e dunque risolversi in un piacere che placa lo spasimo, può superare il punto di non ritorno oltre il quale il suo aumento esponenziale diviene entropico, forzosamente distruttivo/ autodistruttivo, spirale viziosa d’assurdo… Un corteo come questo è un momento, seppur fragile e provvisorio, di armonico contrappunto fra singolarità e comunanza, fra libertà e co-responsabilità, co-operazione, comun’autonomìa come eunomia, interazione di soggetti capaci di riflessività, di senso del reciproco, non intruppamento di conati egolàtrici in serie e in concorrenza mortale, eguali e contrarî…

Per questo, noi “tendisti” – operai, cass’integrati, licenziati, disoccupati, inoccupati, precarî – riuniti attorno alla tenda portata e donata dalle compagne e dai compagni cass’integrati di Mirafiori, dei Cobas o altro, e tenuta aperta per una settimana davanti alla fabbrica della Fiat di Pomigliano, come punto di resistenza, controffensiva, d’agitazione e lotta e irradiazione contro tutto quanto vuol dire, implica, comporta, evoca oggi, qui e ora, la parola , per questo – dicevamo – noi “tendisti di, e da, Pomigliano, abbiamo deciso di aprire una ‘fase due’ di questa battaglia in corso, piccolo scampolo di quella guerra sociale planetaria che – come scrive Michel Foucault – sta sotto tutta la chiacchiera, i sussurri e le grida, gli urlìi, gli strepiti, i vaniloqui, le straparole sproloquiate che scendono “dalle regìe”, dai pulpiti più varî e diversi, su “la crisi!” : abbiamo cioè deciso di trasformarci in un pugno di agitatori itineranti, come certi banditori e “cantastorie” d’un tempo, un po’ come i Wobblies, gli IWW, «Industrial Workers of the World»*, operai itineranti, nomadi, comunisti libertarî che, con la bandiera rossa e nera, il simbolo del gatto selvaggio e lo slogan “Strike!” traversavano ‘lamerica’ dell’inizio del secolo scorso, montavano su cassette di frutta e arringavano operai, disoccupati, proletari, proponendo o comunicando, raccordan-do instancabilmente lotte, indipendenti, radicali. Così come altre figure della lotta di classe, donne, operaie avevano scelto come divisa lo slogan “We want bread and roses too”, ‘vogliamo il pane, e anche le rose’, rifiutando gli infami ricatti padronali a “scegliere liberamente” tra i corni di dilemmi irresolubili – appunto, “pane o libertà”, pane o companatico…o piuttosto, peste o colera… –, loro avevano scritto sui loro cartelli l’esergo “sui sassi che rotolano – rolling stones – non cresce il muschio” … Ecco: noi veniamo oggi a portare un contributo, delle domande, qualche proposta, a un tessuto vivo di gruppi, ‘cerchie’, persone singole, correnti, che ha come nucleo vivo il Comitato dei ‘liberi e pensanti’ : donne, uomini, ragazzi, vecchî, gente comune, proletaria, ‘paroletaria’, che nelle classificazioni della lingua istituita sono chiamati «cittadini», «lavoratori », «pensionati», «cassintegrati», «disoccupati », «precari», «inoccupati»… Nella prossima settimana, vorremo andare anche davanti alla fabbrica, ai cancelli dell’ ILVA, di fronte alla tana del mostro, a portare i nostri spunti di riflessione e le proposte che tentano di farne seguire forme d’azione indipendente immediata, alla moltitudine operaia rinchiusa (e anche rinchiusasi) là dentro. Fare cioè un qualcosa di assai più duro, difficile che la presa di parola al corteo : portare delle considerazioni anche fraternamente critiche. Affrontando anche l’eventuale asprezza del confronto, senza sfuggirvi, senza sottrarsene. Ecco, “questo soltanto oggi possiamo dirvi”, come primo momento, per intanto. La parola “compagni”, declinata come e quanto si voglia e sappia, viene dallo spezzare, mangiare assieme, in comune, il pane : per questo ci sentiamo di firmarci, “compagni ‘tendisti’ di Pomigliano, & dintorni”.

 

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Dovevamo vedere anche questa. Nello spettacolo infimo, nell’orgia di sproloqui, vaniloqui, discorsi decebrati e decerebranti che scendono dai pulpiti più diversi, dovevamo assistere anche a questo: da un lato, padroni, padroni, come si diceva un tempo, “delle ferriere”, “del vapore”, e loro trombettieri, illusionisti, giullari, predicatori, opinionisti, Soloni e Solonesse, che di colpo scoprono la tragedia della perdita del posto di lavoro, di migliaia di lavoratori messi sul lastrico…

Si tratta di gente che, ovviamente, non batte ciglio se le migliaia di posti di lavoro che se ne vanno, i redditi delle famiglie ridotti dalla perdita del potere d’acquisto, dalla messa in cassa integrazione, dal licenziamento, sono dovuti a “superiori ragioni” del calcolo economico.

Lo si è visto per esempio nel caso alle latitudini in cui viviamo abbastanza estremo degli “esodati” : gli occhi, a cominciare da quelli di pietra della Fornero, si son tenuti asciutti. “Dura lex [concedono, bontà loro], sed Lex!”, i cuori sanno essere di pietra, anzi, affiora un fiele, un rancore – solo in apparenza paradossale – un risentimento profondo di ricchi, di sovrastanti, contro poveri, sottoposti… Una sorta di misantropìa, come un’esportazione di eventuale traccia di disagio, da parte del “Vampiro” su quelli a cui succhia il sangue ; un brivido d’indignazione, un “Ma che cazzo vogliono questi straccio-ni? E come si permettono di voler-si ingerire, a rischio di sporcare i nostri libri mastri con le loro manacce ?”.

Qui, invece, tutti esibivano preoccupato cordoglio. Perché è il Lavoro che gli sta a cuore, non il posto. Perché è il capitale fisso, il macchinario, la Fabbrica, e il Lavoro che possono spremere dalla forza-lavoro pagata sempre e comunque assai meno, per regola, per definizione, che ilValore che crea nel tempo di vita sospeso, alienato della giornata lavorativa, in cui essa, questa merce particolare, è “capitale variabile“, appendice della macchina, e la sua utilità specifica, “valore d’uso“, è secernere, produttivamente, “valore” nella forma di merci d’ogni tipo, forma, colore, utilità o disutilità, delle quali si realizzi profitto

E abbiamo potuto e dovuto vedere Sindacati, nel ruolo di “sensali” al peggior livello della forza-lavoro, intruparsi dietro ai primi, facendosi cinghia di trasmissione, megafono dell’illusionismo demagogico del ricatto padronale.

E anche uomini e donne che nella morsa di questo ricatto si riducono ad una sola dimensione, risultante di una schisi, dimentichi della loro complessa interezza umana, sono ridotti ad avvitare la morsa che li schiaccia, come costretti a scegliere tra il pane e il respiro…

Di fronte, abbiamo visto AnimeBelle, compassionevolmente piegate su un’altra riduzione brutale, sui “lavoratori” come “cittadini“, sostenere le – per altro fondatissime – ragioni della difesa della salute di tutti, dell’ambiente, della respirabilità, della speranza di vita e della sua qualità, sostenere una chiusura più che sensata e urgente di una fabbrica di veleno e morte anche oltre la misura “normale”, senza fare lo sforzo di pensare come, contestualmente, andava studiata una modalità adeguata al problema “sociale”, al concretissimo, corporale problema dei mezzi di sostentamento per un’esistenza che non sia funestata dall’incubo, dal dover maledire il fatto d’esser nati.

In mezzo, stolti o furbastri che strombettavano di “angoscioso dilemma“, di vero rompicapo, ditragica contrapposizione d’interessi tra gente comune…

Ma, è possibile subire il ricatto assurdo di chi è come se ti di-cesse, “Sei libero di scegliere: o mangi, o respiri. O il pane, o la salute – tua, dei figli tuoi e degli altri, della terra dove vivi…” ?

Ci pare di dover dire che non si è sentita abbastanza, e comunque non abbastanza netta, chiara, nitida, senza sbavature, una parola d’ordine immediata, che potrebbe essere un manifesto di lotta:

Operai in libertà dal lavoro, a salario pieno a tempo indeterminato. A condizione che ciò venga strappato, conquistato, imposto, la chiusura immedia-ta di quella fabbrica particolarmente nociva, fabbrica di morte, per quanto riguarda gli uomini e le donne “operai”, “lavoratori, “salariati” è perfettamente, immediatamente fattibile.

Questa è, chiaramente, una forma di rivendicazione che reclama mezzi d’esistenza, nella forma oggi immediatamente configurabile di un reddito legato alla vita, ad un elementare primum, vivere! che non accetta di essere subordinato, piegato, reso compatibile col primato di altre ‘ragioni’, logiche, calcoli, interessi, strategie, “economie”.

Ci sembra questo un modo per ricomporsi, su un prius di radicale indipendenza, sfuggendo all’imbuto verso una ennesima “guerra fra poveri”, e trovare una possibilità di conflitto immediato, che non preclude nulla alla ricerca pratica di forme di vita e d’azione adeguate allo stato di cose a cui si è giunti, e a cio’ che si può intravvedere oltre.

Naturalmente, tutto ciò rinvia a contesti – innanzitutto di senso –, a presupposti, a conseguenze, che vanno ben oltre e che continueranno a fare oggetto di controversie d’ogni tipo, “fra tutti e tutti” ; nonché di scontro, di organizzazione d’interessi, su quello che è il terreno della molteplicità di conflitti, e anche d’inimicizie e guerre.

Noi interverremo di nuovo, contribuendo al dibattito, anche nelle controversie piu’ aspre, ma inscritte in una ricerca comune : intanto però, ci sembra che questa, come dire, idea-forza, così, ‘nuda e cruda’, detta in modo brutalmente semplificato, in parole povere, sia il solo “realismo”, oltretutto, possibile: al di là di ogni giudizio, innanzitutto, reclamare “lavoro”  in nome di un illusorio “diritto al posto di lavoro”  significa subire un mostruoso ricatto, illudersi che una sorta di servitù possa almeno salvare le briciole, e destinarsi a perdere, oltretutto, anche quelle.

 

(Lettera aperta, primo capitolo

CONTINUA)

 

Dalla Tenda portata da Mirafiori a Pomigliano, compagne e compagni dei Cobas del Lavoro Privato Napoli (Confederazione Cobas); Comitato di Lotta Cassa Integrati e Licenziati Pomigliano; Cobas Astir; Lavoratori Bacini Napoli e Caserta; Area Antagonista Campana
 
Napoli, fotinprop 12 ottobre 2012
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