Mercoledì17 Aprile @PISA: Presidio dalle ore 11p. Dante contro la repressione

Perche’ non si incendino solo le bandiere…

 

La mattina del  26 febbraio 2013 con un’operazione congiunta delle digos di Pisa, Lucca e Spezia sono state effettuate perquisizioni a casa di due compagni, denunciati con l’accusa di aver tentato di incendiare una bandiera italiana durante la manifestazione del 12 maggio scorso, corteo svoltosi a Pisa  per ricordare Franco Serantini a 40 anni dalla sua morte.

La rabbia nei confronti di questo sistema che sfrutta, opprime e schiaccia sempre più la libertà di tutti può prendere molte forme: stracciare o bruciare un pezzo di stoffa che rappresenta l’idiozia dell’idea di patria è un minimo gesto di rifiuto che rientra perfettamente nel contesto di una manifestazione come quella che voleva ricordare un ragazzo di vent’anni ammazzato a forza di botte per essersi opposto alla feccia che in quel lontano 1972 continuava a proporre la malata ideologia del fascismo.

Che dopo quasi un anno la digos si presenti a casa di alcuni compagni indagati per un “reato di piazza”, oltre ad essere una chiara provocazione, rientra in quella logica di gestione dell’ordine pubblico che preferisce le denunce alle manganellate. Con le denunce si vuole estrapolare dal contesto di piazza quelle azioni che maturano al suo interno.

In un momento di crisi sociale che può generare vampate di dissenso diffuse, lo Stato prova nuove strategie di gestione della conflittualità. Con la repressione più spiccia, cariche, botte etc.. c’è sempre il rischio di intaccare la facciata civile e democratica funzionale al sistema e in alcuni casi di alzare il livello di scontro rafforzando la contrapposizione, con le denunce invece, agendo quando il livello di scontro è pari a zero, quindi necessariamente in crescendo, si insinuano minacciosi, provocatori, e più efficaci i tentacoli della magistratura. Se a questo si affianca l’immancabile collaborazione della stampa, sempre pronta a demonizzare, banalizzando e distorcendo un contesto di lotta, il vuoto intorno è “assicurato”.

Lavorano per una pacificazione sociale democraticamente accettabile, convinti di logorare e di fiaccare gli animi, attraverso decreti penali, multe, obbligo di firma anche durante le manifestazioni, (il cosiddetto Daspo politico sperimentato in città come Torino, Milano e Bologna), fino ad arrivare a pene “esemplari” come quelle emesse per gli scontri del G8 di Genova, fino a 15 anni di carcere, o per i più recenti scontri del 15 ottobre 2011 a Roma, con condanne che arrivano fino a 6 anni.

Per noi le pratiche di piazza, come qualsiasi altra pratica di lotta, patrimonio del movimento rivoluzionario, sono legittime in quanto espressione di rivolta e conflittualità auto-organizzate. Le abbiamo messe in pratica e continueremo a farlo, consapevoli delle conseguenze e decisi a non perdere terreno, ne agibilità politica; che siano cariche denunce o condanne, tutti uniti senza far passi indietro.

17aprileC

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